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Il periodo storico in cui vive ed opera Silone è
attraversato da profonde lacerazioni sociali, politiche e morali. Dallo
sconvolgimento della I guerra mondiale si è usciti con un’ansia pressante di
approdare presto a un mondo di giustizia e di pace. In alcuni paesi (come in
Russia e in Ungheria) il vecchio assetto politico ed economico è sconvolto da
profonde rivoluzioni. Il mondo appare allora diviso da opposte ideologie,
fascismo e comunismo, che schiacciavano l’uomo e ne annullavano, oltre che
l’autonomia politica, anche la personalità.
Ignazio Silone partecipa allo scontro ideologico
nettamente schierato da una parte della barricata; ma presto se ne ritrarrà
perché deluso e sconcertato dalla rigida prassi attuata dallo stalinismo in
Russia.
È questo lo sfondo storico in cui si situa e matura
l’evoluzione politico-ideologica di Silone, ma soprattutto si chiarisce fino in
fondo il suo interiore travaglio morale e spirituale.
Il Cristianesimo, allora, rimasto sotteso all’impegno
politico, riaffiora in tutta la sua pregnanza umana e morale, attraverso un
risvolto pratico (carità, pietà, esercizio del bene) che diventerà da ora in
poi il supporto fondamentale della sua vita e del suo pensiero.
Il carattere escatologico del suo impegno politico che
egli stesso riconosce in diverse pagine autobiografiche[1],
si travasa ora nella nuova ispirazione e angolazione del “povero cristiano “. È
il problema della giustizia che lo interessa. Ciò che aveva pensato fosse
perfettamente risolvibile e trasferibile nella certezza del comunismo, ora si
dissipa, sicché Silone deve solo constatare, nel mare dei suoi disinganni, la
sola certezza del “pentimento”, dell’autoanalisi, della confessione.
Si tratta di un
drammatico cammino a ritroso, che lo porterà verso una completa solitudine e
verso una nuova “arroganza”, formalmente considerata dagli altri come ritrosia,
ma che è piuttosto, come egli stesso dice, sospetto e insicurezza.[2]
Profondamente amareggiato per le disillusioni provate,
egli si trova a ricercare da sé e con le sue sole forze la ricostruzione di un
ordine, qualunque esso sia.
La scelta di una bandiera, di un gruppo, di compagni e
di un linguaggio che gli dessero la sensazione di aver trovato un mondo in cui
poter vivere e sentirsi più sicuro ora non lo interessa più. La vita gli ha
insegnato che in nome di una presunta giustizia, talvolta, si annienta il
prossimo, lo si uccide, lo si priva della libertà e lo si spoglia degli
elementari diritti umani, ma, soprattutto, che da sola essa non basta e che,
anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessi, se non si
consente a quella forza più profonda, che è l’amore, di plasmare la vita umana
nelle sue varie dimensioni.
Ed è questo il
sentimento che rappresenta Silone in tutte le sue opere; è questa la pietra di
paragone in base alla quale valuta i suoi personaggi.
Attraverso i suoi romanzi siamo portati a constatare
quanta ipocrisia e quante incoerenze costellino la nostra vita, prima fra tutte
l’incoerenza tra le nostre parole e il nostro comportamento. Tra le incoerenze
più comuni e grossolane Silone pensa che ci sia quella di denunciare le
ingiustizie sociali, ma senza far nulla per mutare prima di tutto i nostri
comportamenti. Così, infatti, agiscono alcuni personaggi di Vino e pane, come
il dottor Nunzio Sacca: “Non amare il prossimo tuo “. “Lui non ha nulla da
perdere, è solo. Io ho moglie e figli. Le nostre idee politiche non sono le
stesse”, ribatté il medico. “Scusate, qui non si tratta di politica” tornò a
spiegare Cardile. “C’è un uomo che muore. Nel catechismo, che da ragazzo mi
hanno fatto imparare a memoria, stava scritto: le opere di misericordia sono,
dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ricoverare i pellegrini, curare
gli infermi…Non c’era scritto, curare gli infermi che la pensano come te. C’era
scritto curare gli infermi, senz’altro. Non so se mi sbaglio.”[3]
Lo scrittore si dimostra alquanto duro con tutti, in
special modo con i cristiani perché è proprio da questi che ci si dovrebbe
aspettare di più.
Tuttavia Silone è consapevole del divario che esiste
tra le aspirazioni ad una religiosità intimamente vissuta e moralmente risolta
e il comportamento dei cristiani, portato spesso al compromesso, se non proprio
alla pratica dell’ingiustizia e della prevaricazione.
Cosicché spesso i cristiani non sembrano migliori
degli altri: sono egoisti, insensibili alle necessità dei sofferenti, divisi,
non molto edificanti nella vita sociale e familiare, spesso senza amore e
comprensione, preoccupati più della vita terrena che di quella futura. Gli
stessi sacerdoti e religiosi non appaiono sempre perfetti esemplari di santità
e di dedizione totale. Ma a Don Benedetto, prete di tutt’altra specie, fa dire
molto acutamente ed amaramente: “Ciò che manca al nostro paese, come anche tu
sai, non è lo spirito critico. Quello che manca è la fede. I critici sono degli
insoddisfatti, dei borbottoni, dei violenti, in determinate circostanze anche
degli eroi; ma non dei credenti. A che servirebbe insegnare a un popolo di
scettici nuovi modi di parlare o di gesticolare? Forse le terribili sofferenze
che si preparano renderanno gli italiani più seri…”.[4]
Ed è sempre in Vino e pane che Don Paolo, alias Pietro
Spina, scrivendo alla dolce Cristina ed idealmente rivolto a tutti i fratelli,
vuole sottolineare che nel mondo ognuno ha il suo compito specifico e il suo
campo ben determinato: si deve fare il possibile per rendere cristiano il
proprio ambiente e permeare di spirito evangelico le persone con le quali si
viene a contatto.
Tutti quanti noi dobbiamo sentirci responsabili della
vita degli altri uomini e rischiare per salvarli, batterci contro il dolore e
l’assurdo della condizione umana con stoica fermezza e solidarietà.
Il cristianesimo di Silone è perciò inteso come impegno
morale e sociale e non certamente come semplice ascesi.
Qui pare di
poter scorgere uno degli elementi fondamentali della socialità cristiana di
Silone che si ricollega alle premesse politiche del suo impegno nel partito
comunista. In fondo, ciò che accomuna i due momenti dell’azione e del pensiero
di Silone, prima e dopo l’uscita dal P.C.I., è proprio il suo continuo
richiamarsi alla sostanza umana dell’impegno intellettuale.
Silone immagina in “Vino e pane “di ritornare dalla
Marsica “per sollevare i cafoni, per organizzare una seconda rivoluzione, che
rovesci la dittatura ed instauri un regime ad immagine dell’uomo”.[5]
Don Benedetto, nello stesso romanzo, è il sacerdote
veramente cristiano, alieno dai compromessi e aperto verso la nuova religiosità.
Come afferma a questo proposito Claudio Varese, è evidente che l’opera di
Silone vuole rappresentare la crisi di una coscienza: il contrasto tra il
vecchio e il nuovo mondo religioso e insieme dialogo tra le esigenze profonde
della libertà e della necessità della vita politica.
Da questa visione pessimistica nasce così l’invito
alla rivolta, come superstite affermazione della dignità dell’uomo. Si può
anche pensare in un certo senso a ciò che Albert Camus, nel saggio “Oltre il
nichilismo “, constata relativamente all’assurdità del reale.
Tuttavia, mentre Camus, demistificando ogni
convenzione e ogni ideologia, cerca nell’impegno agonistico contro il male del
vivere la via per affermare la dignità dell’uomo, Silone è più disposto al
colloquio e al pensiero altrui. Camus, infatti, afferma che “fanno avanzare la
storia coloro che sanno, al momento voluto, rivoltarsi anche contro di lei (…)
Nel suo sforzo maggiore, l’uomo può soltanto provarsi
di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo (…) la rivolta non può fare a
meno di uno strano amore.
Coloro che non trovano quiete né in Dio né entro la
storia si dannano a vivere per quelli che, come loro, non possono vivere per
gli umiliati”.[6]
L’importante è che si salvino tutti perché non
servirebbe a nessuno la salvezza di uno solo: questo è il pensiero di Camus.
Silone è decisamente d’accordo con lui, ma nello
stesso tempo egli non vuole che si reagisca con la forza, considerata come lo
strumento di potere di cui si servono le autorità per intimorire la povera
gente.
Egli, cristianamente, propone qualcosa di meraviglioso
che è l’esaltazione dell’umiltà, che non è rassegnazione, ma accettazione delle
situazioni difficili che vengono poi superate con le opere in forza della fede
in Dio e nell’uomo. Don Paolo a Cristina: “ (…) ecco qui un paese in grande
miseria economica e in più grande miseria spirituale.
Se c’è un cafone che riesce a dominare gli istinti
bestiali, egli va a farsi francescano; se una ragazza riesce a liberarsi dalla
schiavitù del corpo, si fa monaca.
Non crede lei che questa sia la sorgente di molti mali?
Non crede che ogni creatura dovrebbe vivere e lottare
tra le altre creature, piuttosto che rinchiudersi in una torre d’avorio?”[7]
D’altronde la felicità non nasce che dal terreno del
dolore e la lotta contro il bisogno e la malattia non dovrà cessare mai.
Questa felicità
è costituita dalla solidarietà umana, contemplazione intellettuale e sacrificio
nella certezza di sopravvivere alla morte. Per questo, Gesù è la persona più
contestata e più scomoda perché si rivolge all’uomo chiedendogli l’impegno di
tutto se stesso.
Silone ha colto il messaggio cristiano e lo ha fatto
suo.
Ama la natura“( … ) c’è un immobile paesaggio di
presepio: piazze di villaggio, poveri attrezzi di lavoro artigiano, l’acqua
della fontana, le scodelle sul tavolo nudo, qualche animale domestico, sentieri
solitari, nascondigli e grotte nei boschi, la neve invernale sulle montagne”[8]
ed ama il mondo umano.
E, infatti, sente e coltiva l’amicizia, sente
un’immensa compassione per la folla, composta dall’umile popolo semplice e
prova un particolare senso di pietà verso i poveri, tribolati e ad essi dedica
la sua speciale attenzione.
Ha una profonda sensibilità per cui ama, gioisce,
piange, si rattrista, sente l’amarezza dell’abbandono e delle cattiverie e fa
proprie le ansie e i problemi di quanti gli vivono accanto: “ ( … ) ai miei
occhi, nella stalla di Sciatap, egli diede un nome e un viso alla povertà.
E tu sai di quanto io sia debitore ai poveri; non è
esagerato dire ch’io devo a essi tutto; pensa un po’, Simone, senza di essi, anch’io
sarei finito commendatore.“[9]
La sua è un’opposizione ad ogni forma di convenzione
sociale, sia religiosa che civile; diffida o addirittura esplica avversione nei
confronti delle ricchezze e soprattutto riduce tutte le leggi morali al duplice
comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.
Questa morale è molto suggestiva, ma a mio avviso,
essa appare anche troppo utopistica ed astratta poiché corrisponde ad una
nostalgia di innocenza che è profondamente radicata nel cuore di ogni uomo. Il
modo di vivere dei personaggi dei romanzi di Silone (lo vediamo soprattutto in
Il seme sotto la neve) sembra riallacciarsi addirittura a qualche brano tratto
dagli Atti degli Apostoli:“ quelli che accolsero la parola (…) erano
perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli, nell’unione e nella frazione del
pane e nella preghiera e vivevano in
comunione fraterna. E tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in
comune e vendevano la proprietà e le sostanze e le dividevano fra tutti,
secondo che occorreva a ciascuno.”[10]
Ecco un brano tratto da” Il seme sotto la neve: Egli
estrae da una tasca interna della giacca un mezzo filone di pane e tenendolo
stretto tra il petto e il moncherino ne taglia una bella fetta che offre a
Simone. “Me l’hanno regalato poco fa le donne del forno” egli dice, “è ben
ricresciuto, ancora caldo, senti come odora? Non potresti regalarmene altre due
fettine?” implora Simone sottovoce “Sarebbe per due amici miei, due degni
compagni.” Se sono poveri” dice il mendicante “te lo do tutto, oggi io ho già
mangiato.” “Non sono poveri” spiega Simone sottovoce “anzi uno di essi è
addirittura ricco; ma ecco, come spiegarti? anche lui preferisce vivere di
carità.”
Simone dunque torna nel pagliaio con tre fette di pane
(…) “Prendete e mangiate” egli dice
raggiante ai due amici “un mendicante meraviglioso ha voluto farci oggi questa
carità. Le tre fette diventano cinque affinché anche l’asino e il cane abbiano
la loro parte.“[11]
Lo scrittore spesso si chiede come mai in un paese
etichettato come cristiano qual è il nostro, dove dovrebbero crescere negli
uomini e fra gli uomini l’amore sociale, il rispetto dei diritti altrui, si
manifestano al contrario gli egoismi, la tendenza a dominare sugli altri al di
là dei propri legittimi diritti e meriti ed anche a sfruttare gli altri
esclusivamente allo scopo di sopraffarli.
Ecco, per esempio, le parole di Pietro a Venanzio, il
servo di casa Spina: “…io voglio almeno sapere se, oltre a ciò tu sia capace
d’immaginare (dico solo immaginare) una bontà libera da ogni calcolo, un’onestà
indifferente alla preoccupazione del che dirà la gente, atti generosi
interamente gratuiti, non legati a idee di premio o di restituzione, nemmeno
nell’altro mondo, anzi, legati alla minaccia d’un castigo…”[12]
In questa inquietudine batte e pulsa ciò che è più
profondamente umano: l’insaziabile bisogno del bene, la voce della coscienza,
la ricerca della verità, la fame della libertà.
E credo che oltre a Pietro Spina, in Il seme sotto la
neve, Simone Ortiga, detto la faina, condensi in sé tutti questi valori
fondamentali nei rapporti interumani e, perché no, l’autentica misericordia che
insieme all’amore fa in modo che gli uomini si incontrino tra loro in quel
valore che è l’uomo stesso, con la dignità che gli è propria.
Ogni tempo ha i suoi apostoli della pace, uomini che
nel proprio mondo affermano la possibilità e la bellezza della convivenza, come
quella che si viene a creare con i protagonisti del romanzo Il seme sotto la
neve, dove Pietro, Simone e Infante in pace, cioè accettando volentieri le
piccole e grandi limitazioni contingenti, vivono l’accordo creativo che li
rende felici.
Essi formano una famiglia e fanno di tutto per non
creare screzi, dissapori e per non turbare questa idilliaca pace sacrificano anche
il proprio egoismo.
È questo uno dei più bei messaggi siloniani: il senso
della vita non è nel tenere per se stessi ciò che si ha, ma nel saperne fare
dono agli altri, realizzandosi nell’amore, nell’amicizia. Pietro insegna al
sordomuto Infante a parlare e fa degli enormi sforzi per rendergli più chiare
le spiegazioni, per farlo partecipe della sua cultura. Vivere per gli altri non
è un perdere se stessi.
Egli ci fa toccare con mano ciò che Gesù afferma, cioè
che chi cerca di tenere per sé la propria vita se la vede ridotta a niente;
chi, invece, la perde nell’amore verso gli altri la ritrova, perché nell’amore,
nel rendere felici gli altri, realizza se stesso.
Vera amicizia è quella di chi va incontro all’amico
che ha bisogno d’aiuto e gli risparmia la vergogna del domandare.
D’altronde, la legge può aver diritto di condannare i
rei, ma l’uomo non ha mai diritto di esultare del loro dolore e, soprattutto,
non lo ha un amico.
Don Nicola, in Una manciata di more, dice ad esempio:
“Purtroppo non sono un santo (…) No, tu lo sai, sono piuttosto vile, prudente,
facile a intimidire. Ma, d’altra parte, spiegami un po’, un paradiso senza gli
amici, che razza di paradiso sarebbe?” [13]
Oppure Pietro Spina che sacrifica il suo amore per
Faustina pur di salvare il suo amico: “Va’ “dice quindi a Infante prendendolo
per un braccio “scappa, salvati.” [14]
A questo proposito la Rigobello, parafrasando Silone,
afferma che “non vi è sacrificio umano compiuto per il trionfo della verità,
della libertà e della giustizia che possa andare perduto.“[15]
Silone ha fiducia nel buon cristiano il quale cercherà
di liberarsi dal male che è intorno a lui nel mondo. Egli lo riconoscerà e lo
combatterà e anche se debole e fragile, vincerà. Magari cadrà, si sporcherà
qualche volta, ma saprà rialzarsi ogni giorno, in ogni momento avrà la forza di
ricominciare da capo e insegnerà agli altri che si può vivere in modo diverso.
La socialità cristiana di Ignazio Silone percorre
quindi l’intero arco della sua evoluzione morale, dal primo rivelarsi della
crisi politica agli ultimi approdi teorici e messianici, che si intravedono nel
dramma: L’avventura di un povero cristiano.
Ai romanzi si alternano i saggi e i libri con
struttura dialogica (come per esempio La scuola dei dittatori). In questi
ultimi prevale l’accento politico, la polemica contro il Potere, le sue arti e
la sua opprimente legge. Nei romanzi, invece, la dimensione del potere si
dissolve: non è più vista come istituzione, norma, metodo di sopraffazione; si
rinviene in ciascuno di noi, come tentazione del male, rifiuto ad ogni
disponibilità verso gli altri, paura ed alienazione.
Una manciata di more, che è l’altro romanzo di Silone,
in cui lo scrittore simbolizza l’ansia al riscatto delle plebi meridionali in
una tromba nascosta e dissotterrata di volta in volta, si costruisce il
contrasto tra bene e male sulla base di una vicenda paesana. Si tratta di un
romanzo impegnativo e costruito con scaltrito mestiere di narratore, anche se
qua e là esso appare macchinoso.[16]
Eugenio Montale, del resto, recensendo Una manciata di more, scrisse che la
pietà degli uomini, di cui Silone si fa interprete, si esprime nella favola e
nella leggenda, ma con grande forza di verità e con espressioni originali. [17]
Come si vede dall’analisi fatta fin qui, uno dei temi
centrali della narrativa siloniana rimane quello della giustizia, soprattutto
di quella che dovrebbe regolare i rapporti sociali. La diseguaglianza tra gli
uomini non è soltanto un problema di cattiva distribuzione delle risorse, ma
soprattutto un problema morale, perché sotteso al problema del potere: cioè al
problema del rapporto tra dominati e dominatori.
La giustizia è un’aspirazione latente del cuore umano;
ma è anche quella molla fondamentale che, di volta in volta, interviene a
riequilibrare le “cose” del mondo.
L’ansia di giustizia, in fondo, è ciò che impedisce
agli uomini di sprofondare nella disperazione. La critica ha messo in luce
tutto questo cogliendo il dato essenziale della sostanziale spiritualità che
muove quest’ansia di giustizia al di là del puro dato economico e della stessa
pietà “.
Giustizia e ingiustizia, felicità e dolore, umiltà e
potere, sono quindi momenti e aspetti della storia dell’uomo. Il cristianesimo
siloniano è in questo sapersi disporre di fronte all’uomo e ai suoi affanni.
L’ AVVENTURA DI UN POVERO CRISTIANO
La formazione di Ignazio Silone non è dovuta
essenzialmente alla cultura e all’esercizio letterario, ma piuttosto alla sua
partecipazione attiva alla sofferenza, alla miseria delle genti del suo Sud.
Egli ha conosciuto fin dalla giovinezza il sapore amaro della vita. Le sue
esperienze gli hanno fatto capire che il coraggio morale è un bene più raro di
una grande intelligenza, cioè la sola qualità vitale di chi si propone di
cambiare un mondo che si oppone al cambiamento.
Questo il tema che Ignazio Silone ha voluto sviluppare
e approfondire nel dramma L’avventura di un povero cristiano, pubblicato nel
1968. Come ha scritto Geno Pampaloni, uno degli emblemi nei quali si potrebbe
riassumere l’opera siloniana è il conflitto eterno tra l’uomo libero (cafone o
intellettuale, prete, organizzatore politico o Celestino V ) e l’uomo
mascherato del Potere ( sbirro o fascista, Cesare, Pilato o papa).[18]
Abbandonata la milizia politica nel 1949, Silone crede
ancora fermamente nel socialismo “come una forza della perenne eresia che, dai
tempi di Gioacchino da Fiore e di Francesco d’Assisi, non aveva mai cercato di
fermentare nel fondo dell’anima popolare italiana, rimanendo in fermo, anche se
silenzioso, contrasto con la Chiesa ufficiale.”[19]
Finalmente, in quest’opera, Silone si è incontrato con il suo personaggio
ideale: Pietro Angelerio del Morrone che dalla vita eremitica sale con il nome
di Celestino V, nel luglio del 1294, sul seggio papale al quale nell’ottobre
dello stesso anno abdica in favore del papa Bonifacio VIII, al secolo il
cardinale Benedetto Caetani. Il libro è scritto in forma dialogata, fatta
eccezione per la parte iniziale nella quale i quattro capitoli introduttivi
costituiscono la storia delle ricerche di Silone, senza le quali non si
potrebbe cogliere lo spirito del dramma
poiché, in sostanza, sono un manifesto dei modi di sentire e di agire
dei pastori d’Abruzzo, rimasti per secoli immutati, sia quando si rifugiavano
presso le loro montagne i fraticelli perseguitati, sia quando altri
perseguitati, durante l’ultima guerra, erano accolti nelle medesime montagne.
Ne viene fuori una regione carica di eredità cristiana dove la prima educazione
religiosa veniva data ai ragazzi proprio dalle famiglie più che dai preti.
Silone è orgoglioso di essere figlio di questa terra, madre generosa,
nonostante sia priva di ottimali condizioni d’accesso e, quindi, chiusa ad
influenze esterne (chiusura che si manifesta, d’altronde, nei suoi abitanti).
Generosa anche di spiriti eletti, di eremiti che hanno scelto così la loro forma
di evasione e di salvezza, di uomini alieni da compromessi. Pier Celestino…
Figli miei, guardate questa terra, queste pietre, il mare, il cielo, riempitevi
l’anima di queste immagini, per ripensarle da lontano. Bisogna amare la propria
terra, ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole conservare la propria
dignità, è meglio andarsene. La nostra giustificazione non è spregevole poiché
non ci viene suggerita dalla pigrizia, ma dalla missione che ci rimane. [20]
Ricorda lo stesso Silone che tra le montagne della
Maiella si formarono numerosi cenobi; e quel rigoglio di vita ascetica, pur
evitando l’aperta eresia, rimase per molto tempo al di fuori della vita
ufficiale della Chiesa, accogliendo liberamente, e talvolta spingendo
all’estremo, le ispirazioni benedettine, joachimite e francescane.
Il movimento di Fra’ Pietro Angelerio del Morrone
riuscì ad attrarre a sé anche la corrente dei fratelli cosiddetti “ spirituali
“, che si erano staccati dal tronco dei francescani conventuali, per un più
accentuato bisogno di rigorismo: insieme Celestiniani e spirituali si sentivano
legati da una fede comune nell’imminente Regno di Dio, dall’attesa di una terza
età del genere umano, l’età dello Spirito, che era e doveva essere senza
coercizioni, in una società egualitaria, sobria ed umana, affidata alla spontanea
carità degli uomini. [21]
Ecco il motivo dell’utopia, dell’anarchismo
evangelico, dell’amicizia, che viene colto nel modello delle povere comunità monacali
del Medioevo abruzzese.
Da ciò il significato dell’impegno da parte di questi
cristiani a resistere all’ingiustizia, a continuare nella lotta per il proprio
ideale, che è preparazione del Regno nella pratica assidua dell’amore per il
prossimo e nella semplicità.
La comunità dei cristiani avente per cardini la
contemplazione, la carità, la libertà, la pace, un giorno succederà alla Chiesa
della gerarchia e dei simboli.
D’altronde, il motivo per il quale Pietro Spina aveva
abbandonato la Chiesa, era dovuto proprio alla meccanica identificazione di
essa con una società gretta e meschina, nonostante il suo nobile valore morale.
“In quel periodo di confusione massima, di miseria e
disordini sociali, di tradimenti, di violenze, di delitti impuniti e d’illegalità
di ogni specie, accadeva che le lettere pastorali dei vescovi ai fedeli
persistessero a trattare invece, di preferenza, i temi dell’abbigliamento
licenzioso delle donne, dei bagni promiscui sulle spiagge, dei nuovi balli
d’origine esotica e del tradizionale turpiloquio. Quel menare il can per l’aia,
da parte di pastori che avevano sempre rivendicato la guida morale del gregge,
era uno scandalo insopportabile. Come si poteva rimanere in una simile
Chiesa?…
Fortunatamente Cristo è più grande della Chiesa. [22]
Quest’ultima è presentata nel dramma come l’esatto
riscontro ideologico del partito politico; è insomma un’organizzazione politica
che chiede ai suoi proseliti di vendersi l’anima, perché il potere corrompe,
sempre; e la Chiesa cattolica quando è diventata istituzione, autorità, da
forza liberatrice si è trasformata in forza oppressiva e il suo aspetto di
redenzione si è rifugiato nella spontaneità popolare, nei fermenti ereticali o,
comunque, non disciplinati”. [23]
Per questo, Silone fa dire a Fra’ Tommaso: “Il dovere
di disubbidire ai superiori che tradiscono è sacrosanto, è il più cristiano dei
doveri. La coscienza è al di sopra dell’ubbidienza. [24]
Ma perché essa resti sempre al di sopra di tutto è
necessario che una comunità non si espanda perché, dice Fra Ludovico:” (…) una
grande comunità è una macchina pericolosa, quasi diabolica, per gli stessi che
ne fanno parte. L’esperienza dimostra che la grande comunità genera
spontaneamente aspirazioni di potenza, volontà mai interamente soddisfatta di
successi e di trionfi. Al nobile scopo di servire l’incremento della comunità,
vengono accettati continui compromessi e accomodamenti.
Avviene questo per ambizione dei capi o per esigenza
del gregge? Non lo so, può darsi che nella maggior parte dei casi gli egoismi
si sommino, ma non ho difficoltà di ammettere le buone intenzioni dei capi. In
altre parole, posso trovare naturale che, nell’interesse della comunità, e a
maggior gloria di Dio, un abate o un priore o un padre guardiano non voglia
inimicarsi le autorità, né i ricchi, dato che soltanto con il loro aiuto egli
può aprire nuovi conventi, costruire nuove chiese, ottenere nuovi lasciti,
dispense, privilegi e sottrarli alle comunità rivali. A mano a mano che una
comunità si allarga, diventa perciò fatale che essa assomigli alla società che
l’attornia. E allora? Dove va a farsi benedire la salvezza del gregge?” [25]
Il dramma ha, in verità, carattere propriamente morale
ed in esso la scarsità d’azione e la staticità dell’impianto concentrano tutto
il calore polemico sulla virtù della parola, anzi dell’eloquenza. Gli eventi
non sono perciò esterni, ma si svolgono dentro le coscienze degli uomini.
Ne L’Avventura di un povero cristiano c’è un continuo
scontro tra due chiese storiche: quella mondana e quella profetica ed
un’esaltazione di Celestino V e dei fraticelli spirituali ai quali l’autore
affida le sue teorie più care. Ed è giusto che ci ricordi di uomini che hanno
speso le loro energie, la loro intelligenza, la loro forza morale per stimolare
alla pace, all’esaltazione dei valori dello spirito, alla fraternità umana.
Forse si è parlato poco di questi “eroi “o ci si è dimenticati di essi, in
quanto, a mio avviso, è molto più facile che i lettori si esaltino ad imprese
per così dire “concrete e rifuggano, piuttosto, dall’ascoltare la voce di chi
richiama alla coscienza, di chi invita a non dare ascolto al proprio egoismo e
a preoccuparsi, invece, soprattutto, di valori spirituali.
L’analogia che Silone stabilisce tra la vicenda di
Celestino V e la sua esperienza politica è ben precisa e individuabile.
Egli ha creduto agli ideali del comunismo, concepiti
come una vera e propria utopia dei diseredati, ma poi ha dovuto scontrarsi con
le “necessità “e le ingiurie del potere, che ha soggiogato tale utopia agli
schemi politici della dittatura e del Governo staliniano.
La funzione della “verità”, così come la concepiscono
i potenti per le necessità del loro potere, è quella di costituire l’elemento
di legalizzazione del potere stesso, in assenza di un vero consenso.
Così, il dramma di Silone è concepito come un vasto
affresco e per questo egli mostra di intessere gli elementi della ricerca in un
contesto abbastanza unitario e serrato.
Quello che Silone ha sempre inteso come funzione della
letteratura (trasformare l’esperienza in coscienza) si esplica, in questo modo,
in tutta la sua estensione e valenza umana.
Silone ha vissuto all’interno delle esperienze
fondamentali della milizia politica nel PCI e del mondo contadino abruzzese.
E partendo da queste due esperienze è possibile
focalizzare l’opera narrativa di Ignazio Silone e, soprattutto, “L’avventura di
un povero cristiano”.
Da un lato, cioè, l’utopia politica si è via via
spogliata dei suoi elementi contingenti, fino ad aderire a un’immagine e
concezione del mondo che si è risolta in chiave religiosa.
Dall’altro, l’umanità del narratore si è intrisa di
esperienze umane piccole e drammatiche, concrete e antiche. Ne è venuto fuori
uno stile fluido e al tempo stesso serrato e commosso e una tematica
originalissima in cui il racconto si snoda su concreti dati di fatto, su figure
perfettamente evidenziabili dal repertorio delle concrete situazioni del mondo
contadino.
Come scrive il Vigorelli, il libro appare come
qualcosa di “integro e perfetto, che mette a soqquadro non occasionalmente,
l’establishment di quella letteratura italiana per la quale la problematica
etico-religiosa è da secoli diventata tabù.” [26]
Nella figura di Celestino, il papa del “gran rifiuto
“, Silone ha scatenato e rappresentato l’eterno dramma del cristiano che è nel
mondo, ma non deve essere del mondo.
La figura di Celestino V è, dunque, la figura-simbolo,
che incarna non soltanto il nucleo drammatico dell’opera, ma anche il senso
della vita interiore dell’uomo opposta alle insinuazioni e alla logica del
potere, di qualunque potere (da qui il carattere di universale essenza del
dramma religioso). Pier Celestino…Dio ha creato le anime, non le istituzioni.
Le anime sono immortali, non le istituzioni, non i
regni, non gli eserciti, non le Chiese, non le nazioni…Santità, se voi vi
affacciate a quella finestra, vedrete sulla scalinata della cattedrale una
vecchietta cenciosa, una mendicante, un essere di nessun conto nella vita di
questo mondo, che sta lì dalla mattina alla sera.
Ma tra un milione di anni, la sua anima esisterà
ancora perché Dio l’ha creata immortale. Mentre il regno di Napoli, quello di
Francia, quello di Inghilterra, tutti gli altri regni, con i loro eserciti, i
loro tribunali, le loro fanfare e il resto saranno tornati nel nulla. [27]
Fra Celestino ammonisce più volte sul carattere della
sua concezione del vivere e della “comunione “cristiana.
Questa concezione, quando deve calarsi nella realtà
storica dell’incontro con gli altri ( soprattutto coi potenti ), finisce con il
creare un motivo di conflittualità latente tra potere e fede; ed è così,
infatti, che Celestino V deve riconoscere la sua ingenuità: l’aver accolto il
pontificato è, di per sé, una colpa perché ha fatto sperare a molti che la
Chiesa potesse rinnovarsi , mentre ( sembra dire Silone della Chiesa, ma anche
di tutte le istituzioni ) il potere non può essere riformato: “(…). La causa
delle mie angustie, figli cari, è però un’altra. Sento il bisogno di parlarvi
come in confessione, spogliandomi d’ogni amor proprio. La mia anima è dilaniata
dai rimorsi. Voi ne conoscete l’origine. Perché accettai quella carica? Perché
consentii che venisse gonfiato oltre misura il significato della mia elezione?
Perché ingannai tanti buoni cristiani, cominciando da voi, figli miei cari,
lasciandovi credere che esistessero le condizioni per un rinnovamento integrale
della vita della Chiesa? Perché non capii che, a parte il resto, le mie energie
sarebbero state insufficienti anche per un semplice pontificato di ordinaria
amministrazione? (…)[28]
C’è in queste parole di Celestino V una confessione
dello stesso Silone: l’impegno politico voleva essere un atto di fede per la
riforma della società, delle sue regole e delle sue immense ingiustizie.
Ma Silone, come Celestino V, come tutti gli utopisti,
di ieri e di oggi, dovranno inevitabilmente scontrarsi con la ferrea alleanza
che il potere stabilisce contro la Giustizia.
E a questo punto fa la sua scelta; come Pietro Spina
aveva scelto i poveri come compagni, lasciando il benessere che gli veniva
dall’essere un rampollo di casa Spina (aveva ottenuto perfino la grazia), così
Celestino V abbandona il papato per tornare tra i suoi fraticelli, cioè tra la
gente umile come lui.
È senza dubbio un atto di coraggio quello della
rinuncia, è un atto di ribellione che infrange le regole di questa istituzione,
ormai per lui divenuta un’assurdità, qualcosa priva di senso che delude le sue
buone intenzioni e lo prostra completamente.
Contro Celestino V la personalità di spicco del dramma
che fa da segno contrastante e alternativo è proprio quella di Bonifacio VIII,
il papa che riuscì ad essere eletto dopo la rinuncia dell’umile monaco
abruzzese.
Le parole e i comportamenti di papa Bonifacio VIII
esplicano e simbolizzano il comportamento stesso del potere: la blandizie,
l’insinuazione, la persuasione portata fino ai limiti del ricatto (da un lato)
e la minaccia, la violenza, la censura e l’anatema (dall’altro). In una delle
scene centrali del dramma, il colloquio tra Celestino V e Bonifacio VIII, è ben
rappresentato tale comportamento che si diversifica dinanzi alle resistenze o
alle ripulse di chi è destinato ad essere oggetto dell’arbitrio dei nuovi
potenti.
Bonifacio VIII.
Sapete, nelle prime settimane del vostro pontificato, a Napoli, a
vedervi così come eravate e come siete tuttora…
Pier Celestino. (sorpreso). Come sono?
Bonifacio VIII. (…) Sentivo portarmi verso di voi da
un movimento di vera affezione e, direi, di tenerezza. Strano, mi dicevo,
strano, un cristiano siffatto nel nostro mondo. Per un certo verso sembrava una
fiaba, un sogno… (…) (con energia). (…)
Se mi sono visto costretto a dare degli ordini…severi nei vostri riguardi, l’ho
fatto unicamente per proteggervi contro l’abuso che altri avrebbero potuto fare
del vostro nome e della vostra persona, contro la vostra stessa volontà.
Pier Celestino (…) Il cristianesimo, voi lo sapete
meglio di me, è qualcosa di più della beneficenza. Esso esige l’amore della
carità, l’amore dei nemici…
Bonifacio VIII. Eccetera, eccetera, cosa che ben
conosciamo. Ma perché non volete ammettere che sarebbe assurdo fare, di quei
comandamenti eroici, una regola di governo?
Pier Celestino. Ne convengo, Santità, come regola di
governo sarebbe assurdo. Se, però, il cristianesimo viene spogliato delle sue
cosiddette assurdità per renderlo gradito al mondo, così com’è e adatto
all’esercizio del potere, cosa ne rimane? Voi sapete che la ragionevolezza, il
buon senso, le virtù naturali esistevano già prima di Cristo e si trovano anche
ora presso molti non cristiani. Che cosa Cristo ci ha portato in più? Appunto
alcune apparenti assurdità. Ci ha detto: amate la povertà, amate gli umiliati e
offesi, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera,
degli onori, sono cose effimere, indegne di anime immortali…
Bonifacio VIII. Basta, vi prego. Finché eravate papa,
non potevo rifiutarmi di ascoltare i vostri fervorini da parroco di campagna;
ma ora, francamente, mi sono insopportabili.[29]
Silone non guarda più al dramma che in quell’occasione
si scatena all’interno della Chiesa tra i due modi di osservare e praticare la
fede, ma, in generale, al senso del potere, alle sue metodologie e alla sua
spietata legge di sopraffazione.
L’ideologia viene sottoposta a tale legge e così pure
l’interesse dell’uomo.
Celestino V rappresenta, quindi, la speranza del
rinnovamento e fa pensare alla “colomba “profetizzata da Gioacchino da Fiore.
La speranza è inalienabile dalla vita stessa degli uomini; ed essa si incarna
in figure e simboli, storicamente determinati.
Bonifacio VIII è invece la realtà della storia e del
potere, mai disgiunta dalle istituzioni e dagli interessi pratici.
Il dissidio fra Chiesa ufficiale e Chiesa dei poveri,
ormai giunto alla condanna e alla persecuzione della seconda da parte della
prima, ha qui una chiara manifestazione nella necessità della vita clandestina
a cui sono costretti i dissidenti (gli spirituali e gli artigiani) sui quali
pendono le minacce del potere civile alleato con quello ecclesiastico. La
persecuzione di papa Bonifacio VIII contro Celestino V, in quanto sospetto di
schierarsi con gli oppositori della Chiesa ufficiale e soprattutto come
espressione del vasto consenso popolare a quella visione escatologica della
fede che è un retaggio del messianismo medievale, viene da Silone
emblematizzata ed enfatizzata nei suoi aspetti politici, oltre che storici.
In fondo, Bonifacio VIII è Stalin e la Chiesa che ha
emarginato Celestino V è lo stalinismo: pur nel paradosso di tale analogia (volutamente
sottesa) si instaura la vera tematica del dramma siloniano, nonché la sua
autentica ispirazione morale.
Con questo dramma Silone non ha voluto fare opera
erudita, né dare una versione romanzata o una rievocazione pittoresca di un
episodio del passato poiché ha inteso offrire una sua interpretazione del
personaggio di Celestino V e mettere in evidenza nella vicenda un contrasto
morale e di pensiero. Gli altri personaggi del dramma non sono semplici
comprimari che fanno da contorno all’azione (del resto assai povera) del dramma
stesso. Essi, in realtà, hanno una loro vita autonoma, seppure recitano un
ruolo che ben si armonizza con l’intera vicenda richiamata. Concetta, per
esempio, che compare all’inizio del dramma per recitare un suo lungo monologo,
è una popolana che vuole esternare i suoi dubbi sulla contraddizione tra fede e
astuzia, tra fede e comportamenti del clero. In questo monologo, Silone
inserisce anche un breve, ma significativo cenno sulle ingiustizie sociali di
quei tempi, quando la distinzione tra popolo e borghesia e nobiltà
contrassegnava il divario di classe perfino all’interno della Chiesa.
“Concetta” (…). È dunque accaduto che noi ragazze
dell’unione delle Figlie di Maria, di comune accordo, da un paio di domeniche,
non assistiamo più alla messa cantata di mezzogiorno, chiamata anche la messa
dei signori, ma a quella prima delle cinque del mattino. La novità non è
passata liscia, perché il posto riservato a noi ragazze era la navata centrale
della chiesa, davanti a tutti, vicino alla balaustra, avendo a destra e a
sinistra i banchi sopraelevati delle famiglie signorili. Ora, una delle ultime
domeniche, nella Chiesa gremita per la messa di mezzogiorno, il nostro posto è
apparso inaspettatamente vuoto. E così la domenica seguente. I signorotti, che
evidentemente hanno la coda di paglia, se la sono presa a male e uno di essi,
un barone assai noto, sia per le sue birbonate, sia, non posso negarlo, per
frequenti doni generosi alla chiesa, è andato a lagnarsi addirittura dal
vescovo. Pare, anzi, che il nobil uomo, informato dalle sue spie, abbia
incolpato me e la mia amica di aver fomentato l’affronto”.[30]
È un’eco della formazione marxista di Silone, ma
soprattutto è un segno della sua inesauribile ansia di verità cristiana che si
salda con le preoccupazioni, appunto, di giustizia sociale.
Col dramma di Celestino V, che è fra le ultime opere
di Silone richiamantisi al contesto abruzzese, si esaurisce praticamente la sua
stagione letteraria, così fervida di connotazioni etico- religiose ed
etico-politiche. Con la rivista “Tempo presente“ che egli pubblicherà negli
anni della guerra fredda, su posizioni di intransigente anti-comunismo Silone
accentuerà la sua polemica contro il potere da un lato, mentre si accosta
sempre più alle fonti del pensiero cristiano.
Ciò che, comunque, rimane fortemente caratterizzato
della sua esperienza letteraria e saggistica è soprattutto lo sforzo, non
sempre pienamente compiuto, di creare una simbiosi tra esperienza politica
vissuta e ricerca di una nuova dimensione etica, intravista attraverso la
socialità cristiana.
PARERI DELLA
CRITICA
La critica letteraria su Ignazio
Silone ha inizio con Claudio Varese il quale, in un saggio del 1951, si
sofferma sul romanzo Pane e vino che vuole rappresentare la crisi di coscienza
di un uomo e il “contrasto tra il vecchio e il nuovo mondo religioso che è
insieme dialogo tra le esigenze profonde della libertà e le necessità della
vita politica”.[31] Nel
1954 Emilio Cecchi rileva che il successo riscosso all’estero da Silone è stato
sproporzionato all’accoglienza riservatagli in patria e ciò ha finito per
costituire un vero e proprio problema critico.[32]
Il Vigorelli insiste, invece, positivamente sul valore fondamentale di Silone,
non “letterato puro”, ma scrittore che può supplire a qualche sua pagina
stilisticamente non ben elaborata con una ricchezza di contenutie di vita
vissuta che manca alla maggior parte degli scrittori italiani contemporanei. E
contrappone Silone a D’Annunzio, poiché il nostro autore, a differenza di
quest’ultimo, è un più fedele interprete della terra e della gente di Abruzzo e
si è espresso in modo davvero semplice, usando ”una grammatica educativamente
elementare”, con la quale ha la possibilità di farsi capire da un maggior
numero di uomini.[33]
Egli è incapace di usare le armi
degli altri letterati, quali l’idilliaco e il patetico perché sa che questi
strumenti servono soltanto a blandire il dramma, non a combatterlo. A questo
punto, si avanza una nota negativa da parte del Pullini che, ricollegandosi al
discorso di Cecchi, addita la mancanza di continuità di successo avuta
all’estero da Silone negli evidenti difetti di “populismo, decorativismo
folkloristico, oratoria sociale preponderanti sui valori di verità poetica” e
sostiene che le opere siloniane costituiscono un utile documento del clima
culturale e politico italiano fra il ’30 e il ’50.[34]
IL Pampaloni, a differenza del
Pullini, mette in risalto la funzione dello scrittore Silone quale noi dobbiamo
intendere per giudicarlo positivamente; cioè testimone più che poeta, presenza,
voce più che rappresentazione del mondo. Da Fontamara al Seme sotto la neve c’è
un affievolimento della sua verve narrativa per una più ricca carica
moralistica. Osserva, infatti, il Pampaloni: “Il mito dei cafoni è un mito
religioso, essi hanno una parte antica a cui l’autore crede come a una
liturgia; fanno parte di un corpo mistico.”[35]
Il critico, rifacendosi ad un
accostamento, operato dal Piovene, del Fogazzaro a Silone, sottolinea una
particolare caratteristica comune, cioè quella di sentirsi dominati da un
destino inviolabile.
Rimanendo fra coloro che pongono in
risalto gli aspetti positivi dello scrittore, il Barberi Squarotti nota che,
per Silone, l’unico modo di rappresentare narrativamente il mondo è quello di
esporre le strutture del realismo sociale e all’interno di quest’ultimo porre
elementi di dubbio per far meditare e, di conseguenza, far maturare sia i
protagonisti delle sue opere che i lettori.[36]
Walter Mauro, in un saggio sulla
cultura meridionale apparso nel 1965, mette in rilievo la diversità delle
caratteristiche di sviluppo delle opere di Silone che appartengono alla
produzione posteriore al reinserimento dell’autore in patria: cioè Una manciata
di more del 1952 e Il segreto di Luca del 1957, rispetto a quelle della prima
maniera.
Questi ultimi romanzi sono carichi di
maggiore fermezza ed impegno. Una manciata di more, ad esempio, riesce a
liberarsi da certe convenzionalità per affrontare con maggiore intelligibilità
il tema del cristianesimo puro e primitivo, con la coscienza di poter sperare
in un possibile impegno di religiosità popolare. L’evasione dal “bozzettismo
paesano “, dice il critico, la ritroviamo anche ne Il segreto di Luca, dove lo
scrittore ci fa accostare ai canoni della vita contadina. Questo iter
letterario conduce all’ultimo romanzo, La volpe e le camelie, del 1960, non più
ambientato nel Meridione, dove Silone ormai si discosta da “una possibile
classificabilità in buoni e reprobi, irrealizzabile proprio per le premesse, le
istanze che ormai condizionano il mondo.” E, in Uscita di sicurezza (1965) si
compie la verifica dei valori umani alla luce della coscienza.[37]
Ed è la coscienza che qualcosa
cambierà che si ricava dal messaggio che ha voluto cogliere il Petrocchi. Il
critico, infatti, commentando Una manciata di more sostiene che il tema della
tromba, dominante nel romanzo, non ha alcun valore messianico e simbolico, ma
vuole semplicemente testimoniare l’attesa dei contadini abruzzesi, la loro
speranza in un mondo migliore e quindi la profonda adesione della vita di tutti
loro al richiamo affascinante di un annuncio che prima o poi arriverà.[38]
Arnaldo Bocelli, ne “La Fiera
letteraria “del 1966, puntualizza cosa intenda Silone per “Uscita di sicurezza”,
asserendo che si tratta di uscite e fuori dall’ambiente e perfino dai vincoli
sentimentali e dal partito divenuto ormai dittatura; uscite la cui sicurezza
sta nel ritrovare se stesso e comportarsi in coerenza coi propri principi.
Silone vive in un periodo critico, denso di rivolgimenti e di stermini, proprio
per questo non può fare a meno di testimoniare, liberandosi così
“dall’ossessione di quella crisi”. Quest’ultima opera dell’autore, continua il
Bocelli, delinea l’evoluzione della coscienza di Silone “da un apostolato
politico verso uno intimamente religioso” e ponendo se stesso e soprattutto gli
altri in un certo atteggiamento, nei riguardi del futuro, di speranza e di fiducia
in un domani migliore.[39]
Silone merita perciò un posto a sé
nella nostra letteratura.
Dello stesso parere è Carlo Salinari
che preferisce il romanzo II seme sotto la neve in quanto, a parer suo, vi è
più evidente l’aspirazione di Silone ad un mondo che si ponga al di sopra della
politica e che sia quindi più umano, capace di misurarsi con le grandi verità
eterne e che cerchi a mano a mano di riconquistarle. [40]Questa
stessa ideologia, egli continua, rivela i sui limiti nel libro La scuola dei
dittatori. Infatti, qui, manca il correttivo dell’ambiente abruzzese che lo fa
apparire decisamente più distaccato e drastico nelle sue affermazioni e che
quindi rende utopistica la riuscita di un regime democratico fondato sulla
libertà e sulla giustizia. Il Varese afferma che Silone non ha voluto adeguarsi
ai canoni della letteratura italiana contemporanea, ma neanche ha voluto
polemizzare con essa, facendo suo un linguaggio deteriore, pieno di
contraddizioni, “inferiore all’impulso di energia della sua intenzione umana”.[41]
Infatti, Silone, secondo il critico, riesce ad esprimersi meglio quando” entra
nel mondo e nel linguaggio dei suoi cafoni”, giacché l’ironia, il grottesco, la
beffa sono le forme che meglio rivelano la realtà amara di quella povera gente.[42]
Anche il Virdia sottolinea la semi ostilità
verso Silone da parte della critica italiana attribuendola alla
unidimensionalità di giudizio di quest’ultima, incapace di accettare esperienze
estranee alle sue poetiche. D’altra parte, la partecipazione attiva di Silone
alla vita politica non gli risparmiava addirittura gli strali della critica più
“impegnata” che considerava l’attività politica diretta con un certo sospetto.[43]
Tale ostilità derivava soprattutto, per quanto riguarda i comunisti, dalla
intransigente posizione assunta da Silone nei riguardi della Russia sovietica e
dello stalinismo: i comunisti pensavano ad un vero e proprio “tradimento” di
Silone, dal momento che lo stesso Silone era stato tra i fondatori del partito
comunista d’Italia. Altri, invece, pur apprezzando il suo ripudio dello
stalinismo, consideravano l’impegno di scrittore del Silone troppo condizionato
dalla sua angolazione politica; sicché spesso il racconto diventava piuttosto
un pamphlet, come avviene, per esempio, in Uscita di sicurezza. Il Virdia
intende dimostrare che l’importanza di Silone come scrittore sta proprio nella
forza morale che pervade tutte le sue opere, forza che rappresenta la sua presa
di posizione verso la società. E in virtù di questa forza morale Silone
racconta i fatti di cui era stato testimone nella sua infanzia per sottolineare
come, nonostante i concetti di giustizia e verità fossero rispettati e venerati
a parole, di fatto fossero “ignorati, vilipesi”. E continua dicendo che causa
della rottura di Silone con la sua classe sociale e la società del suo tempo è
il suo senso di pietas che “rimane laica anche se subisce la suggestione del
Cristianesimo primitivo cui sono rimasti legati i miti della sua terra.”[44]
Nel 1968, Gian Carlo Vigorelli sostiene che, L’avventura d’un povero cristiano
potrebbe farci riconoscere Silone come uno dei maggiori scrittori italiani per
aver mutato profondamente la “linea tradizionale” della letteratura italiana.
Il critico ricorda che, dopo Uscita di sicurezza, un po’ tutti cominciarono a
valutare Silone non più come un letterato dalle radici nell’ottocento
naturalista, populista, umanitario, come potava sembrare, ma come uno dalle
radici nel “Trecento jacoponico e gioachimita, così che il suo socialismo prima
d’essere politico risulta un impulso religioso e il suo cristianesimo appare
salutarmente eretico”.[45]
Perciò non si può collocare Silone in una delle “solite logore strutture”
perché è “uno scrittore che sa che la
letteratura è al servizio dell’”anima” e non del “ potere” e proprio per questo
è attuale”.
In un saggio del 1969, il Marabini
sostiene che le due opere degli anni sessanta di Silone, Uscita di sicurezza e
L’avventura d’un povero cristiano, rispecchiano il messaggio dello scrittore
sia sul piano letterario che umano, essendo la prima di carattere narrativo-
saggistico e politico, la seconda di chiaro intento morale. E sono queste due
opere a ricevere finalmente una favorevole critica. Afferma inoltre che
l’imperativo morale che permea la letteratura di Silone trascende i limiti di
carattere estetico richiesti dalla narrativa contemporanea. Il suo, infatti, è
un bisogno costante di testimoniare, di dire la verità “di una condizione
umana, di fatti accaduti, di imperdonabili ingiustizie sempre incombenti.”[46]
Nel romanzo L’avventura d’un povero
cristiano, il personaggio maggiormente rappresentativo ed emblematico è Pietro
Angelerio del Morrone e il suo rifiuto, rivela sempre il Marabini, equivale “sul
piano morale e pratico, alla scelta di Berardo Viola, di Pietro Spina di Luca
Sabatino.” E così continua: “In una buia torre soffoca la sua utopia: ma
continuerà a brillare la luce della coscienza, che non ha tollerato compromesso
e che ha difeso Cristo prima della Chiesa, la rinuncia e la povertà e che ha
additato nel potere il nemico più pericoloso.” E la Chiesa è proprio come un
partito politico che esige dai suoi proseliti la massima dedizione.
Altro particolare importante rilevato
da Silone, secondo il Marabini, è il rifiuto della carenza di senso civico e
sociale che faceva sì che ognuno badasse ai fatti propri; modus vivendi
d’altronde accettato dalla Chiesa stessa. Silone, come i suoi eroi, è un
anticonformista, uno che non si sottomette alle regole della storia e lo
dimostra non solo con la sua vita, ma come scrittore, giacché, dice il
Marabini, egli “si colloca in uno spazio suo.” Infatti, contesta anche il
dolore, la sofferenza morale e la povertà dei suoi concittadini che, invece,
l’accettano in vista del godimento eterno. [47]
Ma come è giunto Silone a questa sua scelta di vita? Vi è giunto attraverso un
travagliato esame di coscienza provocato dalle sue iniziali prese di posizione
etico-politiche e culminato nel rifiuto dello Stalinismo e del terrorismo
ideologico.
Il Mariani delinea, infatti,
sommariamente il periodo storico che, senza dubbio, ha influenzato la
generazione di Silone, costretta ad affrontare la penosa realtà post-bellica,
aggravata dal terremoto che distrusse gran parte della Marsica. Varia fu la
reazione dei giovani a seconda dell’adesione a questo o a quel movimento che,
in realtà, si riducevano a due: quello religioso e quello politico che si
identificava, per i più, con il socialismo. Silone ha cercato, invece, di
trovare un accordo tra le due diverse esigenze, un punto d’incontro, “una
piattaforma comune fra impegno politico e vocazione religiosa” in modo da
arrivare ad “un’unica visione ideale della lotta dell’uomo per il riscatto
completo delle proprie miserie e sofferenze.”[48]
Per questo, il motivo dominante delle sue opere diventa la verità, condizione
indispensabile per giungere al riscatto della miseria e della sofferenza.
Continuamente, prosegue il critico, i personaggi del nostro autore si
sottopongono a verifiche morali sull’operato proprio e sugli ideali per i quali
vivono; quale migliore esempio se non quello offertoci da Rocco de Donatis e
Don Nicola in Una manciata di more!
I due personaggi, l’uno in campo
politico, l’altro in campo religioso esprimono un conflitto interiore di natura
morale.
Essi, infatti, cercano di “rispondere
sempre e comunque delle proprie azioni alla propria coscienza, in nome di
quella verità che non sempre viene ad essere rispettata nella attuazione
pratica di certi principi e ideali e “Rocco de Donatis intende rimanere dalla parte
dell’uomo, perché sa che è proprio per questa strada, con questa scelta, che ci
si avvicina a Cristo.”[49]
LA Lombardi, invece, sostiene che il
tema fondamentale delle opere di Silone è il paese e l’ambiente dove l’autore
ha vissuto le sue prime esperienze narrate” con un’aderenza fedele alle
tradizioni e alle usanze popolari di Abruzzo” e soprattutto sottolineando il
cristianesimo della sua gente. [50]
Fu fondamentale per Silone l’aver
partecipato attivamente alla lotta politica accanto anche ai poveri lavoratori
agricoli della sua terra, perché è indubbio che questo impegno assunto davanti
ai suoi compagni abbia formato lo scrittore Silone: questo è il giudizio di
Mario Stefanile. Il critico fa una comparazione fra Alvaro e Silone, dicendo
che fra i due” si instaura un equilibrio fra bisogno di giustizia e negazione
della verità: ma, mentre in Alvaro l’idea della giustizia resta astratta come
un fatale miraggio impossibile a conquistarsi, in Silone è la stessa lotta
politica che condiziona la speranza.” Inoltre, mentre in Alvaro tutto era come
avvolto da un alone fantastico, in Silone, la sua stessa vita gli riporta
ricordi così vivi e concreti da fare necessariamente spazio ad una letteratura
schietta, naturale, senza ricercatezza.[51]
La disponibilità da parte di Silone ad intendere il fatto religioso nella sua
immediatezza popolare, Stefanile la ritrova nelle prime tre opere dell’autore,
disponibilità che culmina con L’avventura d’un povero cristiano, dove Silone
fornisce un’interpretazione della vita come responsabilità ed impeto d’amore
verso gli altri.[52]
Altro simbolo di cristianità è la sua
speranza, motivo dominante della sua vita politica, della sua religiosità e
della sua letteratura. Si potrebbe dire
che il suo slogan sia non violenza, né lassismo, ma semplice e costante
contestazione contro i soprusi subiti dagli umiliati e offesi, contro le
speculazioni politiche che in nome delle loro ideologie si accaparravano il
potere e reprimevano la libertà e contro “i mercanti di ogni campo dell’umana
attività, da quella agraria a quella intellettuale.”[53]
NEL 1974, Carlo Annoni, nell’” Invito
alla lettura di Silone”; isola nell’attività dell’autore tre momenti: quello
culturale in senso lato, l’attività letteraria e l’impegno di essere
“socialista senza partito e cristiano senza Chiesa.” Per questo, nei suoi
romanzi, va rilevato l’aspetto documentario, di apporto alla questione
meridionale. [54]Passando
ad esaminare i vari romanzi, l’Annoni ritiene che Il seme sotto la neve sia il
romanzo più complesso di Silone. In esso lo scrittore contrappone alla società
reale una convivenza umana più autentica ed auspica che essa sia edificata sul
cristianesimo laico, sul socialismo cristiano, sui veri valori della vita,
comunione dell’amicizia, disprezzo della ricchezza, rifiuto del potere, “stile
naif.” Osserva anche a questo proposito l’Annoni: “Immediata la linea di
collegamento col francescanesimo dell’Abruzzo ed ancor prima con le comunità
monacali, cioè con quel Cristianesimo soprattutto etico e profetico, non
storico e non dogmatico, contadino, che intride la realtà quotidiana, la fatica
del lavorare la terra, gli animali, le cose del mondo creato. Questo l’intento
del romanzo.” Gli stessi motivi si ritrovano, ma esplicitamente delineati
nell’Avventura d’un povero cristiano.[55]
Qui appare centrale il tema dell’utopia che Silone espone in questi termini:
“Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa
risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. Vi è nella coscienza
dell’uomo una inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale
potranno mai placare. La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre
delusa speranza, ma di una speranza tenace.”[56]
Ne Il seme sotto la neve, alcuni dei
personaggi tentano di imitare Cristo, come i monaci di San Francesco o gli
apostoli, predicando in giro l’amicizia, la speranza, l’amore. Infine, in Una
manciata di more per questa tematica incontriamo alcuni oggetti e comportamenti
che assumono valore simbolico. Del 1975 è la monografia di Giuliana Rigobello
sulle opere siloniane in cui si conduce una disamina dei romanzi di Silone,
analizzando nel contempo i temi che essi presentano. La lettura organica che
delle opere di Silone conduce il critico ci permette di confutare ulteriormente
alcuni luoghi comuni sullo scrittore in generale, quale ad esempio,
soffermandosi sulla vita, nella prima parte dell’opera, l’influenza esercitata
su di lui dall’ambiente che lo circonda inizialmente.[57]
“Il costume della contrada“ puro e
severo in privato, ma rozzo e ipocrita nei pubblici rapporti…, la religiosità
primitiva ed intensa, in forme superstiziose nel popolo, ma ascetiche presso
gli spiriti elevati, le strutture sociali arretrate, che vedono contrapposte
all’agiatezza e alla potenza dei pochi la povertà sconsolata dei più: tutto
pone le basi per la sua visione della vita, determina i suoi orientamenti
immediati e futuri.”[58]
Lo colpisce, poi, impressionandolo notevolmente, il rovinoso e dolorosissimo
terremoto del 1915 che dà libero sfogo a manifestazioni sacrileghe, inique,
efferate, alle quali è costretto ad assistere. Tutto questo porta Silone a
fraternizzare con i deboli, i poveri, facendo sì che si impegni socialmente e
politicamente in loro difesa. Il suo ideale è inizialmente confuso, ma
lentamente si delinea sempre più, focalizzandosi intorno alla sua natura morale
e religiosa; processo documentato nelle sue opere, da Fontamara ad Uscita di
sicurezza. Sostiene, inoltre, la Rigobello che Silone ha molti punti in comune
con Vittorini, cioè la concezione della letteratura come conversazione, la
distinzione del mondo in uomini e non uomini, il tono favoloso di alcune opere
e l’uso dell’iterazione. E sottolinea il linguaggio “religioso” di Vino e pane:
spesso, infatti, vi si trovano espressioni dei testi sacri e riferimenti al
Vangelo correlativi sempre all’uomo e alla società contemporanea. Nota ancora
che ne Il seme sotto la neve fa spicco una fondamentale affermazione, cioè che “il
coraggio della verità e la libertà dello spirito sono l’elemento discriminante
per riconoscere chi è veramente uomo e chi non lo è.”[59]
Fondamentale è l’analisi operata
dalla Rigobello riguardo ai motivi che hanno ispirato tutte le opere siloniane.
Essi sono di natura umana, nel senso che intendono esaltare l’uomo (come
persona, coscienza, anima ) e soprattutto etico-religiosa; l’uomo deve lottare
per il trionfo della giustizia e per render felici gli altri uomini. Per
questo, le pagine siloniane parlano di amore, di amicizia e di sofferenza anche
perché “perdersi, nel paradosso cristiano, è salvarsi e salvare gli altri” e
conclude affermando che il socialismo di Silone non è altro che “un’espressione
del cristianesimo, un modo di essere cristiani.”[60]
In sostanza, la critica siloniana, se
si eccettuano pochi recensori(come il Cecchi) che hanno in pratica
misconosciuto il ruolo letterario dello scrittore Silone, si è mossa, sia pur
con ritardo, nel senso di considerare l’intreccio, umano prima che politico,
riscontrabile nell’opera narrativa siloniana tra esperienza ed inventività:
esperienza di vita meridionale e, particolarmente, abruzzese e invenzione
fantastica di personaggi e situazioni che finivano con l’emblematizzare la
condizione dell’uomo contemporaneo. Il “caso” Silone, sorto all’inizio, ha
lasciato così gradatamente il posto ad una più attenta analisi dei motivi
letterari dello scrittore e della sua fondamentale ispirazione.
In tale contesto, le riserve che sono
state pure avanzate sul suo stile e sulla sua “scrittura” non hanno
condizionato la valutazione largamente positiva sulla sua “presenza” nella
letteratura italiana contemporanea.
BIBLIOGRAFIA
I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, Milano,
Mondadori, 1968
I. Silone, Fontamara, Milano, Mondadori, 1979
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[1]I. Silone, Uscita di sicurezza, Mondadori, Milano,
1980, pp.124; 130-131
[2] Ivi, pp.145 sgg.
[3] I. Silone, Vino e pane, Mondadori, Milano, 1981,
cit., pp.58-59
[4] Ivi, pp.328-329
[5]G. Rigobello, Ignazio Silone, cit. p.70
[6] A. Camus, Oltre il nichilismo, Milano, Bompiani, 1959,
p.120
[7] I. Silone, Vino e pane, cit. p.139
[8] V. Libera, Introduzione a Il seme sotto la neve,
Mondadori, Milano, 1981, p.17
[9] I, Silone, Il seme sotto la neve, cit.p.380
[10] Bibbia, Atti degli Apostoli, II, 42-45; IV, 32-35
[11] I. Silone, Il seme sotto la neve, cit. p.271
[12] I. Silone, Il seme sotto la neve, cit. p.168
[13] I. Silone, Una manciata di more, cit.p.165
[14] I. Silone, Il seme sotto la neve, cit. p.416
[15] G. Rigobello, Ignazio Silone, cit. p.22
[16] Emilio Cecchi ha espresso, da parte sua, un giudizio
negativo sulla vena realistica di Silone, secondo lui non pienamente raggiunta;
ma tale giudizio può essere corretto se pensiamo agli intendimenti dell’autore,
che non erano certamente quelli di raffigurare e rappresentare semplicemente
realistiche situazioni, ma piuttosto di ricostruire dal di dentro della
moralità stessa dei personaggi il senso della vita e le sue genuine tensioni. (
E. Cecchi, Il “ caso “ Silone, in Di giorno in giorno, Milano, Garzanti, 1954,
nuova ed. 1977
[17] E. Montale, Una manciata di more in “ Corriere della
sera”, 4 dicembre 1952
[18] G.Pampaloni, L’opera narrativa di Ignazio Silone in “
Il ponte “ gennaio 1949
[19] V. Libera, Introduzione a L’avventura d’un povero
cristiano, Mondadori, Milano, novembre 1979, p.10
[20] I. Silone, L’avventura d’un povero cristiano,
Mondadori, Milano, 1979, p.166
[21] Ivi, p.33
[22] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit.
pp.39-40-41
[23] C. Annoni, Invito alla lettura di Silone, cit.p.73
[24] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit.
p.65
[25] Ivi, p.72
[26] G. Vigorelli, Silone e L’avventura di un povero
cristiano, in “ Tempo “, 30 aprile 1968
[27] I. Silone, L’avventura d’un povero cristiano, cit.
p.177
[28] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit.
p.147
[29] Ivi, pp.174; 177-178
[30] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit.
p.47
[31] C. Varese, Ignazio Silone, in Cultura letteraria
contemporanea, Pisa,1951
[32] E. Cecchi, Il “caso” Silone, in Di giorno in giorno,
Milano, Garzanti,1954( nuova ed. 1977)
[33] G.Vigorelli, La scelta di Silone, in “La Fiera
letteraria”, 24 ottobre 1954
[34] G.Pullini, Il romanzo italiano del dopoguerra,
Padova, 1965, p.203
[35] G.Pampaloni, L’opera narrativa di Ignazio Silone, in
“La Fiera letteraria”, 7 novembre 1965
[36] G. Barberi Squarotti, La narrativa italiana del
dopoguerra, Bologna, 1965
[37][37] W.Mauro, Cultura e società nella narrativa
meridionale, Roma,Ateneo, 1965,pp.87-90; 165-169; 240-243
[38] G.Petrocchi, Il romanzo italiano di Silone, in Poesia
e tecnica narrativa, Milano, Mursia, 1965
[39] A.Bocelli, L’ansia di testimoniare, in “La Fiera
letteraria”, 9 giugno 1966
[40] C.Salinari, Idee e simboli di Silone, in Preludio e
fine del realismo in Italia, Napoli, Morano, 1967
[41] C.Varese, Ignazio Silone, in Occasioni e valori della
letteratura contemporanea, Bologna, Cappelli,1967,pp. 151-163
[42] Ivi,p.151
[43] F.Virdia, Silone, Firenze, La Nuova Italia, 1967
[44] Ivi, p.24
[45] G.Vigorelli, Silone e L’avventura d’un povero
cristiano, in “ Il Tempo”, 30 aprile 1968
[46] C.Marabini, Gli anni Sessanta: Narrativa e storia,
Milano, Rizzoli, 1969, pp.259-274
[47] Ivi, p.273
[48] M.Mariani, Ignazio Silone, in AA.VV., Letteratura
italiana, I contemporanei, Milano, Marzorati, 1969, vol.III, pp. 371-390
[49] Ivi,p.386
[50] O.Lombardi, La narrativa italiana nelle crisi del
Novecento, Caltanissetta, Sciascia, 1971, pp. 118-122
[51] M.Stefanile, La moralità cristiana di Ignazio Silone,
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[52] Ivi, p.28
[53] Ivi, p. 40
[54] C.Annoni, Invito alla lettura di Silone, Milano,
Mursia, 1974
[55] Ivi, p. 56
[56] Ivi, p. 71
[57] G.Rigobello, Ignazio Silone, Le Monnier, Firenze,
1975
[58] Ivi, p. 4
[59] Ivi, p. 85
[60] Ivi, p. 100