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GRAZIE MAESTRO CAMILLERI

In questi giorni è stato detto tutto del grande Maestro Andrea Camilleri. Da siciliana voglio aggiungere l’orgoglio di aver condiviso una terra tanto e, alle volte, giustamente bistrattata, tuttavia capace di aver dato i natali e nutrito un uomo come lui, attaccato ai veri valori della vita, come gli affetti e non al vile denaro e al successo.

Mi sento fiera, in un periodo in cui forse, lentamente e faticosamente si sta centellinando il recupero dei capisaldi della dignità e della coscienza di essere uomini, che il mondo intero apprezzi la semplicità, l’umiltà, la profonda cultura raccontata, mai ostentata, l’umanità e il calore di un uomo della mia terra che ancora conservava la semplicità della vita.

I personaggi delle sue storie sono appunto uomini semplici: contadini, operai, giornalisti, insegnanti, avvocati che un po’ pirandellianamente si interrogano sulle proprie vite, si dannano, si lambiccano cercando soluzioni, spesso non trovandole, che si guardano allo specchio e che portano avanti le loro esistenze con rassegnazione ed umorismo.

È bravo Camilleri; mi piace immaginarlo come l’autore del riscatto siciliano nei confronti di Dante, padre della lingua italiana, colui che ha saputo avvicinare anche gli Italiani del Nord alla lingua del Sud, facendola apprezzare, comprendere e amare.

Un grazie speciale al grande Maestro!

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La socialità cristiana di Ignazio Silone

http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1231690/la-socialit-cristiana-di-ignazio-silone_1243546

Il periodo storico in cui vive ed opera Silone è attraversato da profonde lacerazioni sociali, politiche e morali. Dallo sconvolgimento della I guerra mondiale si è usciti con un’ansia pressante di approdare presto a un mondo di giustizia e di pace. In alcuni paesi (come in Russia e in Ungheria) il vecchio assetto politico ed economico è sconvolto da profonde rivoluzioni. Il mondo appare allora diviso da opposte ideologie, fascismo e comunismo, che schiacciavano l’uomo e ne annullavano, oltre che l’autonomia politica, anche la personalità.

Ignazio Silone partecipa allo scontro ideologico nettamente schierato da una parte della barricata; ma presto se ne ritrarrà perché deluso e sconcertato dalla rigida prassi attuata dallo stalinismo in Russia.

È questo lo sfondo storico in cui si situa e matura l’evoluzione politico-ideologica di Silone, ma soprattutto si chiarisce fino in fondo il suo interiore travaglio morale e spirituale.

Il Cristianesimo, allora, rimasto sotteso all’impegno politico, riaffiora in tutta la sua pregnanza umana e morale, attraverso un risvolto pratico (carità, pietà, esercizio del bene) che diventerà da ora in poi il supporto fondamentale della sua vita e del suo pensiero.

Il carattere escatologico del suo impegno politico che egli stesso riconosce in diverse pagine autobiografiche[1], si travasa ora nella nuova ispirazione e angolazione del “povero cristiano “. È il problema della giustizia che lo interessa. Ciò che aveva pensato fosse perfettamente risolvibile e trasferibile nella certezza del comunismo, ora si dissipa, sicché Silone deve solo constatare, nel mare dei suoi disinganni, la sola certezza del “pentimento”, dell’autoanalisi, della confessione.

 Si tratta di un drammatico cammino a ritroso, che lo porterà verso una completa solitudine e verso una nuova “arroganza”, formalmente considerata dagli altri come ritrosia, ma che è piuttosto, come egli stesso dice, sospetto e insicurezza.[2]

Profondamente amareggiato per le disillusioni provate, egli si trova a ricercare da sé e con le sue sole forze la ricostruzione di un ordine, qualunque esso sia.

La scelta di una bandiera, di un gruppo, di compagni e di un linguaggio che gli dessero la sensazione di aver trovato un mondo in cui poter vivere e sentirsi più sicuro ora non lo interessa più. La vita gli ha insegnato che in nome di una presunta giustizia, talvolta, si annienta il prossimo, lo si uccide, lo si priva della libertà e lo si spoglia degli elementari diritti umani, ma, soprattutto, che da sola essa non basta e che, anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessi, se non si consente a quella forza più profonda, che è l’amore, di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni.

 Ed è questo il sentimento che rappresenta Silone in tutte le sue opere; è questa la pietra di paragone in base alla quale valuta i suoi personaggi.

Attraverso i suoi romanzi siamo portati a constatare quanta ipocrisia e quante incoerenze costellino la nostra vita, prima fra tutte l’incoerenza tra le nostre parole e il nostro comportamento. Tra le incoerenze più comuni e grossolane Silone pensa che ci sia quella di denunciare le ingiustizie sociali, ma senza far nulla per mutare prima di tutto i nostri comportamenti. Così, infatti, agiscono alcuni personaggi di Vino e pane, come il dottor Nunzio Sacca: “Non amare il prossimo tuo “. “Lui non ha nulla da perdere, è solo. Io ho moglie e figli. Le nostre idee politiche non sono le stesse”, ribatté il medico. “Scusate, qui non si tratta di politica” tornò a spiegare Cardile. “C’è un uomo che muore. Nel catechismo, che da ragazzo mi hanno fatto imparare a memoria, stava scritto: le opere di misericordia sono, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ricoverare i pellegrini, curare gli infermi…Non c’era scritto, curare gli infermi che la pensano come te. C’era scritto curare gli infermi, senz’altro. Non so se mi sbaglio.”[3]

Lo scrittore si dimostra alquanto duro con tutti, in special modo con i cristiani perché è proprio da questi che ci si dovrebbe aspettare di più.

Tuttavia Silone è consapevole del divario che esiste tra le aspirazioni ad una religiosità intimamente vissuta e moralmente risolta e il comportamento dei cristiani, portato spesso al compromesso, se non proprio alla pratica dell’ingiustizia e della prevaricazione.

Cosicché spesso i cristiani non sembrano migliori degli altri: sono egoisti, insensibili alle necessità dei sofferenti, divisi, non molto edificanti nella vita sociale e familiare, spesso senza amore e comprensione, preoccupati più della vita terrena che di quella futura. Gli stessi sacerdoti e religiosi non appaiono sempre perfetti esemplari di santità e di dedizione totale. Ma a Don Benedetto, prete di tutt’altra specie, fa dire molto acutamente ed amaramente: “Ciò che manca al nostro paese, come anche tu sai, non è lo spirito critico. Quello che manca è la fede. I critici sono degli insoddisfatti, dei borbottoni, dei violenti, in determinate circostanze anche degli eroi; ma non dei credenti. A che servirebbe insegnare a un popolo di scettici nuovi modi di parlare o di gesticolare? Forse le terribili sofferenze che si preparano renderanno gli italiani più seri…”.[4]

Ed è sempre in Vino e pane che Don Paolo, alias Pietro Spina, scrivendo alla dolce Cristina ed idealmente rivolto a tutti i fratelli, vuole sottolineare che nel mondo ognuno ha il suo compito specifico e il suo campo ben determinato: si deve fare il possibile per rendere cristiano il proprio ambiente e permeare di spirito evangelico le persone con le quali si viene a contatto.

Tutti quanti noi dobbiamo sentirci responsabili della vita degli altri uomini e rischiare per salvarli, batterci contro il dolore e l’assurdo della condizione umana con stoica fermezza e solidarietà.

Il cristianesimo di Silone è perciò inteso come impegno morale e sociale e non certamente come semplice ascesi.

 Qui pare di poter scorgere uno degli elementi fondamentali della socialità cristiana di Silone che si ricollega alle premesse politiche del suo impegno nel partito comunista. In fondo, ciò che accomuna i due momenti dell’azione e del pensiero di Silone, prima e dopo l’uscita dal P.C.I., è proprio il suo continuo richiamarsi alla sostanza umana dell’impegno intellettuale. 

Silone immagina in “Vino e pane “di ritornare dalla Marsica “per sollevare i cafoni, per organizzare una seconda rivoluzione, che rovesci la dittatura ed instauri un regime ad immagine dell’uomo”.[5]

Don Benedetto, nello stesso romanzo, è il sacerdote veramente cristiano, alieno dai compromessi e aperto verso la nuova religiosità. Come afferma a questo proposito Claudio Varese, è evidente che l’opera di Silone vuole rappresentare la crisi di una coscienza: il contrasto tra il vecchio e il nuovo mondo religioso e insieme dialogo tra le esigenze profonde della libertà e della necessità della vita politica.

Da questa visione pessimistica nasce così l’invito alla rivolta, come superstite affermazione della dignità dell’uomo. Si può anche pensare in un certo senso a ciò che Albert Camus, nel saggio “Oltre il nichilismo “, constata relativamente all’assurdità del reale.

Tuttavia, mentre Camus, demistificando ogni convenzione e ogni ideologia, cerca nell’impegno agonistico contro il male del vivere la via per affermare la dignità dell’uomo, Silone è più disposto al colloquio e al pensiero altrui. Camus, infatti, afferma che “fanno avanzare la storia coloro che sanno, al momento voluto, rivoltarsi anche contro di lei (…)

Nel suo sforzo maggiore, l’uomo può soltanto provarsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo (…) la rivolta non può fare a meno di uno strano amore.

Coloro che non trovano quiete né in Dio né entro la storia si dannano a vivere per quelli che, come loro, non possono vivere per gli umiliati”.[6]

L’importante è che si salvino tutti perché non servirebbe a nessuno la salvezza di uno solo: questo è il pensiero di Camus.

Silone è decisamente d’accordo con lui, ma nello stesso tempo egli non vuole che si reagisca con la forza, considerata come lo strumento di potere di cui si servono le autorità per intimorire la povera gente.

Egli, cristianamente, propone qualcosa di meraviglioso che è l’esaltazione dell’umiltà, che non è rassegnazione, ma accettazione delle situazioni difficili che vengono poi superate con le opere in forza della fede in Dio e nell’uomo. Don Paolo a Cristina: “ (…) ecco qui un paese in grande miseria economica e in più grande miseria spirituale.

Se c’è un cafone che riesce a dominare gli istinti bestiali, egli va a farsi francescano; se una ragazza riesce a liberarsi dalla schiavitù del corpo, si fa monaca.

Non crede lei che questa sia la sorgente di molti mali?

Non crede che ogni creatura dovrebbe vivere e lottare tra le altre creature, piuttosto che rinchiudersi in una torre d’avorio?”[7]

D’altronde la felicità non nasce che dal terreno del dolore e la lotta contro il bisogno e la malattia non dovrà cessare mai.

 Questa felicità è costituita dalla solidarietà umana, contemplazione intellettuale e sacrificio nella certezza di sopravvivere alla morte. Per questo, Gesù è la persona più contestata e più scomoda perché si rivolge all’uomo chiedendogli l’impegno di tutto se stesso.

Silone ha colto il messaggio cristiano e lo ha fatto suo.

Ama la natura“( … ) c’è un immobile paesaggio di presepio: piazze di villaggio, poveri attrezzi di lavoro artigiano, l’acqua della fontana, le scodelle sul tavolo nudo, qualche animale domestico, sentieri solitari, nascondigli e grotte nei boschi, la neve invernale sulle montagne”[8] ed ama il mondo umano.

E, infatti, sente e coltiva l’amicizia, sente un’immensa compassione per la folla, composta dall’umile popolo semplice e prova un particolare senso di pietà verso i poveri, tribolati e ad essi dedica la sua speciale attenzione.

Ha una profonda sensibilità per cui ama, gioisce, piange, si rattrista, sente l’amarezza dell’abbandono e delle cattiverie e fa proprie le ansie e i problemi di quanti gli vivono accanto: “ ( … ) ai miei occhi, nella stalla di Sciatap, egli diede un  nome e un viso alla povertà.

E tu sai di quanto io sia debitore ai poveri; non è esagerato dire ch’io devo a essi tutto; pensa un po’, Simone, senza di essi, anch’io sarei finito commendatore.“[9]

La sua è un’opposizione ad ogni forma di convenzione sociale, sia religiosa che civile; diffida o addirittura esplica avversione nei confronti delle ricchezze e soprattutto riduce tutte le leggi morali al duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.

Questa morale è molto suggestiva, ma a mio avviso, essa appare anche troppo utopistica ed astratta poiché corrisponde ad una nostalgia di innocenza che è profondamente radicata nel cuore di ogni uomo. Il modo di vivere dei personaggi dei romanzi di Silone (lo vediamo soprattutto in Il seme sotto la neve) sembra riallacciarsi addirittura a qualche brano tratto dagli Atti degli Apostoli:“ quelli che accolsero la parola (…) erano perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli, nell’unione e nella frazione del pane e nella preghiera  e vivevano in comunione fraterna. E tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune e vendevano la proprietà e le sostanze e le dividevano fra tutti, secondo che occorreva a ciascuno.”[10]

Ecco un brano tratto da” Il seme sotto la neve: Egli estrae da una tasca interna della giacca un mezzo filone di pane e tenendolo stretto tra il petto e il moncherino ne taglia una bella fetta che offre a Simone. “Me l’hanno regalato poco fa le donne del forno” egli dice, “è ben ricresciuto, ancora caldo, senti come odora? Non potresti regalarmene altre due fettine?” implora Simone sottovoce “Sarebbe per due amici miei, due degni compagni.” Se sono poveri” dice il mendicante “te lo do tutto, oggi io ho già mangiato.” “Non sono poveri” spiega Simone sottovoce “anzi uno di essi è addirittura ricco; ma ecco, come spiegarti? anche lui preferisce vivere di carità.”

Simone dunque torna nel pagliaio con tre fette di pane (…)  “Prendete e mangiate” egli dice raggiante ai due amici “un mendicante meraviglioso ha voluto farci oggi questa carità. Le tre fette diventano cinque affinché anche l’asino e il cane abbiano la loro parte.“[11]

Lo scrittore spesso si chiede come mai in un paese etichettato come cristiano qual è il nostro, dove dovrebbero crescere negli uomini e fra gli uomini l’amore sociale, il rispetto dei diritti altrui, si manifestano al contrario gli egoismi, la tendenza a dominare sugli altri al di là dei propri legittimi diritti e meriti ed anche a sfruttare gli altri esclusivamente allo scopo di sopraffarli.

Ecco, per esempio, le parole di Pietro a Venanzio, il servo di casa Spina: “…io voglio almeno sapere se, oltre a ciò tu sia capace d’immaginare (dico solo immaginare) una bontà libera da ogni calcolo, un’onestà indifferente alla preoccupazione del che dirà la gente, atti generosi interamente gratuiti, non legati a idee di premio o di restituzione, nemmeno nell’altro mondo, anzi, legati alla minaccia d’un castigo…”[12]

In questa inquietudine batte e pulsa ciò che è più profondamente umano: l’insaziabile bisogno del bene, la voce della coscienza, la ricerca della verità, la fame della libertà.

E credo che oltre a Pietro Spina, in Il seme sotto la neve, Simone Ortiga, detto la faina, condensi in sé tutti questi valori fondamentali nei rapporti interumani e, perché no, l’autentica misericordia che insieme all’amore fa in modo che gli uomini si incontrino tra loro in quel valore che è l’uomo stesso, con la dignità che gli è propria.

Ogni tempo ha i suoi apostoli della pace, uomini che nel proprio mondo affermano la possibilità e la bellezza della convivenza, come quella che si viene a creare con i protagonisti del romanzo Il seme sotto la neve, dove Pietro, Simone e Infante in pace, cioè accettando volentieri le piccole e grandi limitazioni contingenti, vivono l’accordo creativo che li rende felici.

Essi formano una famiglia e fanno di tutto per non creare screzi, dissapori e per non turbare questa idilliaca pace sacrificano anche il proprio egoismo.

È questo uno dei più bei messaggi siloniani: il senso della vita non è nel tenere per se stessi ciò che si ha, ma nel saperne fare dono agli altri, realizzandosi nell’amore, nell’amicizia. Pietro insegna al sordomuto Infante a parlare e fa degli enormi sforzi per rendergli più chiare le spiegazioni, per farlo partecipe della sua cultura. Vivere per gli altri non è un perdere se stessi.

Egli ci fa toccare con mano ciò che Gesù afferma, cioè che chi cerca di tenere per sé la propria vita se la vede ridotta a niente; chi, invece, la perde nell’amore verso gli altri la ritrova, perché nell’amore, nel rendere felici gli altri, realizza se stesso.

Vera amicizia è quella di chi va incontro all’amico che ha bisogno d’aiuto e gli risparmia la vergogna del domandare.

D’altronde, la legge può aver diritto di condannare i rei, ma l’uomo non ha mai diritto di esultare del loro dolore e, soprattutto, non lo ha un amico.

Don Nicola, in Una manciata di more, dice ad esempio: “Purtroppo non sono un santo (…) No, tu lo sai, sono piuttosto vile, prudente, facile a intimidire. Ma, d’altra parte, spiegami un po’, un paradiso senza gli amici, che razza di paradiso sarebbe?” [13]

Oppure Pietro Spina che sacrifica il suo amore per Faustina pur di salvare il suo amico: “Va’ “dice quindi a Infante prendendolo per un braccio “scappa, salvati.” [14]

A questo proposito la Rigobello, parafrasando Silone, afferma che “non vi è sacrificio umano compiuto per il trionfo della verità, della libertà e della giustizia che possa andare perduto.“[15]

Silone ha fiducia nel buon cristiano il quale cercherà di liberarsi dal male che è intorno a lui nel mondo. Egli lo riconoscerà e lo combatterà e anche se debole e fragile, vincerà. Magari cadrà, si sporcherà qualche volta, ma saprà rialzarsi ogni giorno, in ogni momento avrà la forza di ricominciare da capo e insegnerà agli altri che si può vivere in modo diverso.

La socialità cristiana di Ignazio Silone percorre quindi l’intero arco della sua evoluzione morale, dal primo rivelarsi della crisi politica agli ultimi approdi teorici e messianici, che si intravedono nel dramma: L’avventura di un povero cristiano.

Ai romanzi si alternano i saggi e i libri con struttura dialogica (come per esempio La scuola dei dittatori). In questi ultimi prevale l’accento politico, la polemica contro il Potere, le sue arti e la sua opprimente legge. Nei romanzi, invece, la dimensione del potere si dissolve: non è più vista come istituzione, norma, metodo di sopraffazione; si rinviene in ciascuno di noi, come tentazione del male, rifiuto ad ogni disponibilità verso gli altri, paura ed alienazione.

Una manciata di more, che è l’altro romanzo di Silone, in cui lo scrittore simbolizza l’ansia al riscatto delle plebi meridionali in una tromba nascosta e dissotterrata di volta in volta, si costruisce il contrasto tra bene e male sulla base di una vicenda paesana. Si tratta di un romanzo impegnativo e costruito con scaltrito mestiere di narratore, anche se qua e là esso appare macchinoso.[16] Eugenio Montale, del resto, recensendo Una manciata di more, scrisse che la pietà degli uomini, di cui Silone si fa interprete, si esprime nella favola e nella leggenda, ma con grande forza di verità e con espressioni originali. [17]

Come si vede dall’analisi fatta fin qui, uno dei temi centrali della narrativa siloniana rimane quello della giustizia, soprattutto di quella che dovrebbe regolare i rapporti sociali. La diseguaglianza tra gli uomini non è soltanto un problema di cattiva distribuzione delle risorse, ma soprattutto un problema morale, perché sotteso al problema del potere: cioè al problema del rapporto tra dominati e dominatori.

La giustizia è un’aspirazione latente del cuore umano; ma è anche quella molla fondamentale che, di volta in volta, interviene a riequilibrare le “cose” del mondo.

L’ansia di giustizia, in fondo, è ciò che impedisce agli uomini di sprofondare nella disperazione. La critica ha messo in luce tutto questo cogliendo il dato essenziale della sostanziale spiritualità che muove quest’ansia di giustizia al di là del puro dato economico e della stessa pietà “.

Giustizia e ingiustizia, felicità e dolore, umiltà e potere, sono quindi momenti e aspetti della storia dell’uomo. Il cristianesimo siloniano è in questo sapersi disporre di fronte all’uomo e ai suoi affanni.

L’ AVVENTURA DI UN POVERO CRISTIANO

La formazione di Ignazio Silone non è dovuta essenzialmente alla cultura e all’esercizio letterario, ma piuttosto alla sua partecipazione attiva alla sofferenza, alla miseria delle genti del suo Sud. Egli ha conosciuto fin dalla giovinezza il sapore amaro della vita. Le sue esperienze gli hanno fatto capire che il coraggio morale è un bene più raro di una grande intelligenza, cioè la sola qualità vitale di chi si propone di cambiare un mondo che si oppone al cambiamento.

Questo il tema che Ignazio Silone ha voluto sviluppare e approfondire nel dramma L’avventura di un povero cristiano, pubblicato nel 1968. Come ha scritto Geno Pampaloni, uno degli emblemi nei quali si potrebbe riassumere l’opera siloniana è il conflitto eterno tra l’uomo libero (cafone o intellettuale, prete, organizzatore politico o Celestino V ) e l’uomo mascherato del Potere ( sbirro o fascista, Cesare, Pilato o papa).[18]

Abbandonata la milizia politica nel 1949, Silone crede ancora fermamente nel socialismo “come una forza della perenne eresia che, dai tempi di Gioacchino da Fiore e di Francesco d’Assisi, non aveva mai cercato di fermentare nel fondo dell’anima popolare italiana, rimanendo in fermo, anche se silenzioso, contrasto con la Chiesa ufficiale.”[19] Finalmente, in quest’opera, Silone si è incontrato con il suo personaggio ideale: Pietro Angelerio del Morrone che dalla vita eremitica sale con il nome di Celestino V, nel luglio del 1294, sul seggio papale al quale nell’ottobre dello stesso anno abdica in favore del papa Bonifacio VIII, al secolo il cardinale Benedetto Caetani. Il libro è scritto in forma dialogata, fatta eccezione per la parte iniziale nella quale i quattro capitoli introduttivi costituiscono la storia delle ricerche di Silone, senza le quali non si potrebbe cogliere lo spirito del dramma  poiché, in sostanza, sono un manifesto dei modi di sentire e di agire dei pastori d’Abruzzo, rimasti per secoli immutati, sia quando si rifugiavano presso le loro montagne i fraticelli perseguitati, sia quando altri perseguitati, durante l’ultima guerra, erano accolti nelle medesime montagne. Ne viene fuori una regione carica di eredità cristiana dove la prima educazione religiosa veniva data ai ragazzi proprio dalle famiglie più che dai preti. Silone è orgoglioso di essere figlio di questa terra, madre generosa, nonostante sia priva di ottimali condizioni d’accesso e, quindi, chiusa ad influenze esterne (chiusura che si manifesta, d’altronde, nei suoi abitanti). Generosa anche di spiriti eletti, di eremiti che hanno scelto così la loro forma di evasione e di salvezza, di uomini alieni da compromessi. Pier Celestino… Figli miei, guardate questa terra, queste pietre, il mare, il cielo, riempitevi l’anima di queste immagini, per ripensarle da lontano. Bisogna amare la propria terra, ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole conservare la propria dignità, è meglio andarsene. La nostra giustificazione non è spregevole poiché non ci viene suggerita dalla pigrizia, ma dalla missione che ci rimane. [20]

Ricorda lo stesso Silone che tra le montagne della Maiella si formarono numerosi cenobi; e quel rigoglio di vita ascetica, pur evitando l’aperta eresia, rimase per molto tempo al di fuori della vita ufficiale della Chiesa, accogliendo liberamente, e talvolta spingendo all’estremo, le ispirazioni benedettine, joachimite e francescane.

Il movimento di Fra’ Pietro Angelerio del Morrone riuscì ad attrarre a sé anche la corrente dei fratelli cosiddetti “ spirituali “, che si erano staccati dal tronco dei francescani conventuali, per un più accentuato bisogno di rigorismo: insieme Celestiniani e spirituali si sentivano legati da una fede comune nell’imminente Regno di Dio, dall’attesa di una terza età del genere umano, l’età dello Spirito, che era e doveva essere senza coercizioni, in una società egualitaria, sobria ed umana, affidata alla spontanea carità degli uomini. [21]

Ecco il motivo dell’utopia, dell’anarchismo evangelico, dell’amicizia, che viene colto nel modello delle povere comunità monacali del Medioevo abruzzese.

Da ciò il significato dell’impegno da parte di questi cristiani a resistere all’ingiustizia, a continuare nella lotta per il proprio ideale, che è preparazione del Regno nella pratica assidua dell’amore per il prossimo e nella semplicità.

La comunità dei cristiani avente per cardini la contemplazione, la carità, la libertà, la pace, un giorno succederà alla Chiesa della gerarchia e dei simboli.

D’altronde, il motivo per il quale Pietro Spina aveva abbandonato la Chiesa, era dovuto proprio alla meccanica identificazione di essa con una società gretta e meschina, nonostante il suo nobile valore morale.

“In quel periodo di confusione massima, di miseria e disordini sociali, di tradimenti, di violenze, di delitti impuniti e d’illegalità di ogni specie, accadeva che le lettere pastorali dei vescovi ai fedeli persistessero a trattare invece, di preferenza, i temi dell’abbigliamento licenzioso delle donne, dei bagni promiscui sulle spiagge, dei nuovi balli d’origine esotica e del tradizionale turpiloquio. Quel menare il can per l’aia, da parte di pastori che avevano sempre rivendicato la guida morale del gregge, era uno scandalo insopportabile. Come si poteva rimanere in una simile Chiesa?…

Fortunatamente Cristo è più grande della Chiesa. [22]

Quest’ultima è presentata nel dramma come l’esatto riscontro ideologico del partito politico; è insomma un’organizzazione politica che chiede ai suoi proseliti di vendersi l’anima, perché il potere corrompe, sempre; e la Chiesa cattolica quando è diventata istituzione, autorità, da forza liberatrice si è trasformata in forza oppressiva e il suo aspetto di redenzione si è rifugiato nella spontaneità popolare, nei fermenti ereticali o, comunque, non disciplinati”. [23]

Per questo, Silone fa dire a Fra’ Tommaso: “Il dovere di disubbidire ai superiori che tradiscono è sacrosanto, è il più cristiano dei doveri. La coscienza è al di sopra dell’ubbidienza. [24]

Ma perché essa resti sempre al di sopra di tutto è necessario che una comunità non si espanda perché, dice Fra Ludovico:” (…) una grande comunità è una macchina pericolosa, quasi diabolica, per gli stessi che ne fanno parte. L’esperienza dimostra che la grande comunità genera spontaneamente aspirazioni di potenza, volontà mai interamente soddisfatta di successi e di trionfi. Al nobile scopo di servire l’incremento della comunità, vengono accettati continui compromessi e accomodamenti.

Avviene questo per ambizione dei capi o per esigenza del gregge? Non lo so, può darsi che nella maggior parte dei casi gli egoismi si sommino, ma non ho difficoltà di ammettere le buone intenzioni dei capi. In altre parole, posso trovare naturale che, nell’interesse della comunità, e a maggior gloria di Dio, un abate o un priore o un padre guardiano non voglia inimicarsi le autorità, né i ricchi, dato che soltanto con il loro aiuto egli può aprire nuovi conventi, costruire nuove chiese, ottenere nuovi lasciti, dispense, privilegi e sottrarli alle comunità rivali. A mano a mano che una comunità si allarga, diventa perciò fatale che essa assomigli alla società che l’attornia. E allora? Dove va a farsi benedire la salvezza del gregge?” [25]

Il dramma ha, in verità, carattere propriamente morale ed in esso la scarsità d’azione e la staticità dell’impianto concentrano tutto il calore polemico sulla virtù della parola, anzi dell’eloquenza. Gli eventi non sono perciò esterni, ma si svolgono dentro le coscienze degli uomini.

Ne L’Avventura di un povero cristiano c’è un continuo scontro tra due chiese storiche: quella mondana e quella profetica ed un’esaltazione di Celestino V e dei fraticelli spirituali ai quali l’autore affida le sue teorie più care. Ed è giusto che ci ricordi di uomini che hanno speso le loro energie, la loro intelligenza, la loro forza morale per stimolare alla pace, all’esaltazione dei valori dello spirito, alla fraternità umana. Forse si è parlato poco di questi “eroi “o ci si è dimenticati di essi, in quanto, a mio avviso, è molto più facile che i lettori si esaltino ad imprese per così dire “concrete e rifuggano, piuttosto, dall’ascoltare la voce di chi richiama alla coscienza, di chi invita a non dare ascolto al proprio egoismo e a preoccuparsi, invece, soprattutto, di valori spirituali.

L’analogia che Silone stabilisce tra la vicenda di Celestino V e la sua esperienza politica è ben precisa e individuabile.

Egli ha creduto agli ideali del comunismo, concepiti come una vera e propria utopia dei diseredati, ma poi ha dovuto scontrarsi con le “necessità “e le ingiurie del potere, che ha soggiogato tale utopia agli schemi politici della dittatura e del Governo staliniano.

La funzione della “verità”, così come la concepiscono i potenti per le necessità del loro potere, è quella di costituire l’elemento di legalizzazione del potere stesso, in assenza di un vero consenso.

Così, il dramma di Silone è concepito come un vasto affresco e per questo egli mostra di intessere gli elementi della ricerca in un contesto abbastanza unitario e serrato.

Quello che Silone ha sempre inteso come funzione della letteratura (trasformare l’esperienza in coscienza) si esplica, in questo modo, in tutta la sua estensione e valenza umana.

Silone ha vissuto all’interno delle esperienze fondamentali della milizia politica nel PCI e del mondo contadino abruzzese.

E partendo da queste due esperienze è possibile focalizzare l’opera narrativa di Ignazio Silone e, soprattutto, “L’avventura di un povero cristiano”.

Da un lato, cioè, l’utopia politica si è via via spogliata dei suoi elementi contingenti, fino ad aderire a un’immagine e concezione del mondo che si è risolta in chiave religiosa.

Dall’altro, l’umanità del narratore si è intrisa di esperienze umane piccole e drammatiche, concrete e antiche. Ne è venuto fuori uno stile fluido e al tempo stesso serrato e commosso e una tematica originalissima in cui il racconto si snoda su concreti dati di fatto, su figure perfettamente evidenziabili dal repertorio delle concrete situazioni del mondo contadino.

Come scrive il Vigorelli, il libro appare come qualcosa di “integro e perfetto, che mette a soqquadro non occasionalmente, l’establishment di quella letteratura italiana per la quale la problematica etico-religiosa è da secoli diventata tabù.” [26]

Nella figura di Celestino, il papa del “gran rifiuto “, Silone ha scatenato e rappresentato l’eterno dramma del cristiano che è nel mondo, ma non deve essere del mondo.

La figura di Celestino V è, dunque, la figura-simbolo, che incarna non soltanto il nucleo drammatico dell’opera, ma anche il senso della vita interiore dell’uomo opposta alle insinuazioni e alla logica del potere, di qualunque potere (da qui il carattere di universale essenza del dramma religioso). Pier Celestino…Dio ha creato le anime, non le istituzioni.

Le anime sono immortali, non le istituzioni, non i regni, non gli eserciti, non le Chiese, non le nazioni…Santità, se voi vi affacciate a quella finestra, vedrete sulla scalinata della cattedrale una vecchietta cenciosa, una mendicante, un essere di nessun conto nella vita di questo mondo, che sta lì dalla mattina alla sera.

Ma tra un milione di anni, la sua anima esisterà ancora perché Dio l’ha creata immortale. Mentre il regno di Napoli, quello di Francia, quello di Inghilterra, tutti gli altri regni, con i loro eserciti, i loro tribunali, le loro fanfare e il resto saranno tornati nel nulla. [27]

Fra Celestino ammonisce più volte sul carattere della sua concezione del vivere e della “comunione “cristiana.

Questa concezione, quando deve calarsi nella realtà storica dell’incontro con gli altri ( soprattutto coi potenti ), finisce con il creare un motivo di conflittualità latente tra potere e fede; ed è così, infatti, che Celestino V deve riconoscere la sua ingenuità: l’aver accolto il pontificato è, di per sé, una colpa perché ha fatto sperare a molti che la Chiesa potesse rinnovarsi , mentre ( sembra dire Silone della Chiesa, ma anche di tutte le istituzioni ) il potere non può essere riformato: “(…). La causa delle mie angustie, figli cari, è però un’altra. Sento il bisogno di parlarvi come in confessione, spogliandomi d’ogni amor proprio. La mia anima è dilaniata dai rimorsi. Voi ne conoscete l’origine. Perché accettai quella carica? Perché consentii che venisse gonfiato oltre misura il significato della mia elezione? Perché ingannai tanti buoni cristiani, cominciando da voi, figli miei cari, lasciandovi credere che esistessero le condizioni per un rinnovamento integrale della vita della Chiesa? Perché non capii che, a parte il resto, le mie energie sarebbero state insufficienti anche per un semplice pontificato di ordinaria amministrazione? (…)[28]

C’è in queste parole di Celestino V una confessione dello stesso Silone: l’impegno politico voleva essere un atto di fede per la riforma della società, delle sue regole e delle sue immense ingiustizie.

Ma Silone, come Celestino V, come tutti gli utopisti, di ieri e di oggi, dovranno inevitabilmente scontrarsi con la ferrea alleanza che il potere stabilisce contro la Giustizia.

E a questo punto fa la sua scelta; come Pietro Spina aveva scelto i poveri come compagni, lasciando il benessere che gli veniva dall’essere un rampollo di casa Spina (aveva ottenuto perfino la grazia), così Celestino V abbandona il papato per tornare tra i suoi fraticelli, cioè tra la gente umile come lui.

È senza dubbio un atto di coraggio quello della rinuncia, è un atto di ribellione che infrange le regole di questa istituzione, ormai per lui divenuta un’assurdità, qualcosa priva di senso che delude le sue buone intenzioni e lo prostra completamente.

Contro Celestino V la personalità di spicco del dramma che fa da segno contrastante e alternativo è proprio quella di Bonifacio VIII, il papa che riuscì ad essere eletto dopo la rinuncia dell’umile monaco abruzzese.

Le parole e i comportamenti di papa Bonifacio VIII esplicano e simbolizzano il comportamento stesso del potere: la blandizie, l’insinuazione, la persuasione portata fino ai limiti del ricatto (da un lato) e la minaccia, la violenza, la censura e l’anatema (dall’altro). In una delle scene centrali del dramma, il colloquio tra Celestino V e Bonifacio VIII, è ben rappresentato tale comportamento che si diversifica dinanzi alle resistenze o alle ripulse di chi è destinato ad essere oggetto dell’arbitrio dei nuovi potenti.

Bonifacio VIII.  Sapete, nelle prime settimane del vostro pontificato, a Napoli, a vedervi così come eravate e come siete tuttora…

Pier Celestino. (sorpreso). Come sono?

Bonifacio VIII. (…) Sentivo portarmi verso di voi da un movimento di vera affezione e, direi, di tenerezza. Strano, mi dicevo, strano, un cristiano siffatto nel nostro mondo. Per un certo verso sembrava una fiaba, un sogno… (…) (con energia).  (…) Se mi sono visto costretto a dare degli ordini…severi nei vostri riguardi, l’ho fatto unicamente per proteggervi contro l’abuso che altri avrebbero potuto fare del vostro nome e della vostra persona, contro la vostra stessa volontà.

Pier Celestino (…) Il cristianesimo, voi lo sapete meglio di me, è qualcosa di più della beneficenza. Esso esige l’amore della carità, l’amore dei nemici…

Bonifacio VIII. Eccetera, eccetera, cosa che ben conosciamo. Ma perché non volete ammettere che sarebbe assurdo fare, di quei comandamenti eroici, una regola di governo?

Pier Celestino. Ne convengo, Santità, come regola di governo sarebbe assurdo. Se, però, il cristianesimo viene spogliato delle sue cosiddette assurdità per renderlo gradito al mondo, così com’è e adatto all’esercizio del potere, cosa ne rimane? Voi sapete che la ragionevolezza, il buon senso, le virtù naturali esistevano già prima di Cristo e si trovano anche ora presso molti non cristiani. Che cosa Cristo ci ha portato in più? Appunto alcune apparenti assurdità. Ci ha detto: amate la povertà, amate gli umiliati e offesi, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera, degli onori, sono cose effimere, indegne di anime immortali…

Bonifacio VIII. Basta, vi prego. Finché eravate papa, non potevo rifiutarmi di ascoltare i vostri fervorini da parroco di campagna; ma ora, francamente, mi sono insopportabili.[29]

Silone non guarda più al dramma che in quell’occasione si scatena all’interno della Chiesa tra i due modi di osservare e praticare la fede, ma, in generale, al senso del potere, alle sue metodologie e alla sua spietata legge di sopraffazione.

L’ideologia viene sottoposta a tale legge e così pure l’interesse dell’uomo.

Celestino V rappresenta, quindi, la speranza del rinnovamento e fa pensare alla “colomba “profetizzata da Gioacchino da Fiore. La speranza è inalienabile dalla vita stessa degli uomini; ed essa si incarna in figure e simboli, storicamente determinati.

Bonifacio VIII è invece la realtà della storia e del potere, mai disgiunta dalle istituzioni e dagli interessi pratici.

Il dissidio fra Chiesa ufficiale e Chiesa dei poveri, ormai giunto alla condanna e alla persecuzione della seconda da parte della prima, ha qui una chiara manifestazione nella necessità della vita clandestina a cui sono costretti i dissidenti (gli spirituali e gli artigiani) sui quali pendono le minacce del potere civile alleato con quello ecclesiastico. La persecuzione di papa Bonifacio VIII contro Celestino V, in quanto sospetto di schierarsi con gli oppositori della Chiesa ufficiale e soprattutto come espressione del vasto consenso popolare a quella visione escatologica della fede che è un retaggio del messianismo medievale, viene da Silone emblematizzata ed enfatizzata nei suoi aspetti politici, oltre che storici.

In fondo, Bonifacio VIII è Stalin e la Chiesa che ha emarginato Celestino V è lo stalinismo: pur nel paradosso di tale analogia (volutamente sottesa) si instaura la vera tematica del dramma siloniano, nonché la sua autentica ispirazione morale.

Con questo dramma Silone non ha voluto fare opera erudita, né dare una versione romanzata o una rievocazione pittoresca di un episodio del passato poiché ha inteso offrire una sua interpretazione del personaggio di Celestino V e mettere in evidenza nella vicenda un contrasto morale e di pensiero. Gli altri personaggi del dramma non sono semplici comprimari che fanno da contorno all’azione (del resto assai povera) del dramma stesso. Essi, in realtà, hanno una loro vita autonoma, seppure recitano un ruolo che ben si armonizza con l’intera vicenda richiamata. Concetta, per esempio, che compare all’inizio del dramma per recitare un suo lungo monologo, è una popolana che vuole esternare i suoi dubbi sulla contraddizione tra fede e astuzia, tra fede e comportamenti del clero. In questo monologo, Silone inserisce anche un breve, ma significativo cenno sulle ingiustizie sociali di quei tempi, quando la distinzione tra popolo e borghesia e nobiltà contrassegnava il divario di classe perfino all’interno della Chiesa.

“Concetta” (…). È dunque accaduto che noi ragazze dell’unione delle Figlie di Maria, di comune accordo, da un paio di domeniche, non assistiamo più alla messa cantata di mezzogiorno, chiamata anche la messa dei signori, ma a quella prima delle cinque del mattino. La novità non è passata liscia, perché il posto riservato a noi ragazze era la navata centrale della chiesa, davanti a tutti, vicino alla balaustra, avendo a destra e a sinistra i banchi sopraelevati delle famiglie signorili. Ora, una delle ultime domeniche, nella Chiesa gremita per la messa di mezzogiorno, il nostro posto è apparso inaspettatamente vuoto. E così la domenica seguente. I signorotti, che evidentemente hanno la coda di paglia, se la sono presa a male e uno di essi, un barone assai noto, sia per le sue birbonate, sia, non posso negarlo, per frequenti doni generosi alla chiesa, è andato a lagnarsi addirittura dal vescovo. Pare, anzi, che il nobil uomo, informato dalle sue spie, abbia incolpato me e la mia amica di aver fomentato l’affronto”.[30]

È un’eco della formazione marxista di Silone, ma soprattutto è un segno della sua inesauribile ansia di verità cristiana che si salda con le preoccupazioni, appunto, di giustizia sociale.

Col dramma di Celestino V, che è fra le ultime opere di Silone richiamantisi al contesto abruzzese, si esaurisce praticamente la sua stagione letteraria, così fervida di connotazioni etico- religiose ed etico-politiche. Con la rivista “Tempo presente“ che egli pubblicherà negli anni della guerra fredda, su posizioni di intransigente anti-comunismo Silone accentuerà la sua polemica contro il potere da un lato, mentre si accosta sempre più alle fonti del pensiero cristiano.

Ciò che, comunque, rimane fortemente caratterizzato della sua esperienza letteraria e saggistica è soprattutto lo sforzo, non sempre pienamente compiuto, di creare una simbiosi tra esperienza politica vissuta e ricerca di una nuova dimensione etica, intravista attraverso la socialità cristiana.

PARERI DELLA CRITICA

La critica letteraria su Ignazio Silone ha inizio con Claudio Varese il quale, in un saggio del 1951, si sofferma sul romanzo Pane e vino che vuole rappresentare la crisi di coscienza di un uomo e il “contrasto tra il vecchio e il nuovo mondo religioso che è insieme dialogo tra le esigenze profonde della libertà e le necessità della vita politica”.[31] Nel 1954 Emilio Cecchi rileva che il successo riscosso all’estero da Silone è stato sproporzionato all’accoglienza riservatagli in patria e ciò ha finito per costituire un vero e proprio problema critico.[32] Il Vigorelli insiste, invece, positivamente sul valore fondamentale di Silone, non “letterato puro”, ma scrittore che può supplire a qualche sua pagina stilisticamente non ben elaborata con una ricchezza di contenutie di vita vissuta che manca alla maggior parte degli scrittori italiani contemporanei. E contrappone Silone a D’Annunzio, poiché il nostro autore, a differenza di quest’ultimo, è un più fedele interprete della terra e della gente di Abruzzo e si è espresso in modo davvero semplice, usando ”una grammatica educativamente elementare”, con la quale ha la possibilità di farsi capire da un maggior numero di uomini.[33]

Egli è incapace di usare le armi degli altri letterati, quali l’idilliaco e il patetico perché sa che questi strumenti servono soltanto a blandire il dramma, non a combatterlo. A questo punto, si avanza una nota negativa da parte del Pullini che, ricollegandosi al discorso di Cecchi, addita la mancanza di continuità di successo avuta all’estero da Silone negli evidenti difetti di “populismo, decorativismo folkloristico, oratoria sociale preponderanti sui valori di verità poetica” e sostiene che le opere siloniane costituiscono un utile documento del clima culturale e politico italiano fra il ’30 e il ’50.[34]

IL Pampaloni, a differenza del Pullini, mette in risalto la funzione dello scrittore Silone quale noi dobbiamo intendere per giudicarlo positivamente; cioè testimone più che poeta, presenza, voce più che rappresentazione del mondo. Da Fontamara al Seme sotto la neve c’è un affievolimento della sua verve narrativa per una più ricca carica moralistica. Osserva, infatti, il Pampaloni: “Il mito dei cafoni è un mito religioso, essi hanno una parte antica a cui l’autore crede come a una liturgia; fanno parte di un corpo mistico.”[35]

Il critico, rifacendosi ad un accostamento, operato dal Piovene, del Fogazzaro a Silone, sottolinea una particolare caratteristica comune, cioè quella di sentirsi dominati da un destino inviolabile.

Rimanendo fra coloro che pongono in risalto gli aspetti positivi dello scrittore, il Barberi Squarotti nota che, per Silone, l’unico modo di rappresentare narrativamente il mondo è quello di esporre le strutture del realismo sociale e all’interno di quest’ultimo porre elementi di dubbio per far meditare e, di conseguenza, far maturare sia i protagonisti delle sue opere che i lettori.[36]

Walter Mauro, in un saggio sulla cultura meridionale apparso nel 1965, mette in rilievo la diversità delle caratteristiche di sviluppo delle opere di Silone che appartengono alla produzione posteriore al reinserimento dell’autore in patria: cioè Una manciata di more del 1952 e Il segreto di Luca del 1957, rispetto a quelle della prima maniera.

Questi ultimi romanzi sono carichi di maggiore fermezza ed impegno. Una manciata di more, ad esempio, riesce a liberarsi da certe convenzionalità per affrontare con maggiore intelligibilità il tema del cristianesimo puro e primitivo, con la coscienza di poter sperare in un possibile impegno di religiosità popolare. L’evasione dal “bozzettismo paesano “, dice il critico, la ritroviamo anche ne Il segreto di Luca, dove lo scrittore ci fa accostare ai canoni della vita contadina. Questo iter letterario conduce all’ultimo romanzo, La volpe e le camelie, del 1960, non più ambientato nel Meridione, dove Silone ormai si discosta da “una possibile classificabilità in buoni e reprobi, irrealizzabile proprio per le premesse, le istanze che ormai condizionano il mondo.” E, in Uscita di sicurezza (1965) si compie la verifica dei valori umani alla luce della coscienza.[37]

Ed è la coscienza che qualcosa cambierà che si ricava dal messaggio che ha voluto cogliere il Petrocchi. Il critico, infatti, commentando Una manciata di more sostiene che il tema della tromba, dominante nel romanzo, non ha alcun valore messianico e simbolico, ma vuole semplicemente testimoniare l’attesa dei contadini abruzzesi, la loro speranza in un mondo migliore e quindi la profonda adesione della vita di tutti loro al richiamo affascinante di un annuncio che prima o poi arriverà.[38]

Arnaldo Bocelli, ne “La Fiera letteraria “del 1966, puntualizza cosa intenda Silone per “Uscita di sicurezza”, asserendo che si tratta di uscite e fuori dall’ambiente e perfino dai vincoli sentimentali e dal partito divenuto ormai dittatura; uscite la cui sicurezza sta nel ritrovare se stesso e comportarsi in coerenza coi propri principi. Silone vive in un periodo critico, denso di rivolgimenti e di stermini, proprio per questo non può fare a meno di testimoniare, liberandosi così “dall’ossessione di quella crisi”. Quest’ultima opera dell’autore, continua il Bocelli, delinea l’evoluzione della coscienza di Silone “da un apostolato politico verso uno intimamente religioso” e ponendo se stesso e soprattutto gli altri in un certo atteggiamento, nei riguardi del futuro, di speranza e di fiducia in un domani migliore.[39]

Silone merita perciò un posto a sé nella nostra letteratura.

Dello stesso parere è Carlo Salinari che preferisce il romanzo II seme sotto la neve in quanto, a parer suo, vi è più evidente l’aspirazione di Silone ad un mondo che si ponga al di sopra della politica e che sia quindi più umano, capace di misurarsi con le grandi verità eterne e che cerchi a mano a mano di riconquistarle. [40]Questa stessa ideologia, egli continua, rivela i sui limiti nel libro La scuola dei dittatori. Infatti, qui, manca il correttivo dell’ambiente abruzzese che lo fa apparire decisamente più distaccato e drastico nelle sue affermazioni e che quindi rende utopistica la riuscita di un regime democratico fondato sulla libertà e sulla giustizia. Il Varese afferma che Silone non ha voluto adeguarsi ai canoni della letteratura italiana contemporanea, ma neanche ha voluto polemizzare con essa, facendo suo un linguaggio deteriore, pieno di contraddizioni, “inferiore all’impulso di energia della sua intenzione umana”.[41] Infatti, Silone, secondo il critico, riesce ad esprimersi meglio quando” entra nel mondo e nel linguaggio dei suoi cafoni”, giacché l’ironia, il grottesco, la beffa sono le forme che meglio rivelano la realtà amara di quella povera gente.[42]

Anche il Virdia sottolinea la semi ostilità verso Silone da parte della critica italiana attribuendola alla unidimensionalità di giudizio di quest’ultima, incapace di accettare esperienze estranee alle sue poetiche. D’altra parte, la partecipazione attiva di Silone alla vita politica non gli risparmiava addirittura gli strali della critica più “impegnata” che considerava l’attività politica diretta con un certo sospetto.[43] Tale ostilità derivava soprattutto, per quanto riguarda i comunisti, dalla intransigente posizione assunta da Silone nei riguardi della Russia sovietica e dello stalinismo: i comunisti pensavano ad un vero e proprio “tradimento” di Silone, dal momento che lo stesso Silone era stato tra i fondatori del partito comunista d’Italia. Altri, invece, pur apprezzando il suo ripudio dello stalinismo, consideravano l’impegno di scrittore del Silone troppo condizionato dalla sua angolazione politica; sicché spesso il racconto diventava piuttosto un pamphlet, come avviene, per esempio, in Uscita di sicurezza. Il Virdia intende dimostrare che l’importanza di Silone come scrittore sta proprio nella forza morale che pervade tutte le sue opere, forza che rappresenta la sua presa di posizione verso la società. E in virtù di questa forza morale Silone racconta i fatti di cui era stato testimone nella sua infanzia per sottolineare come, nonostante i concetti di giustizia e verità fossero rispettati e venerati a parole, di fatto fossero “ignorati, vilipesi”. E continua dicendo che causa della rottura di Silone con la sua classe sociale e la società del suo tempo è il suo senso di pietas che “rimane laica anche se subisce la suggestione del Cristianesimo primitivo cui sono rimasti legati i miti della sua terra.”[44] Nel 1968, Gian Carlo Vigorelli sostiene che, L’avventura d’un povero cristiano potrebbe farci riconoscere Silone come uno dei maggiori scrittori italiani per aver mutato profondamente la “linea tradizionale” della letteratura italiana. Il critico ricorda che, dopo Uscita di sicurezza, un po’ tutti cominciarono a valutare Silone non più come un letterato dalle radici nell’ottocento naturalista, populista, umanitario, come potava sembrare, ma come uno dalle radici nel “Trecento jacoponico e gioachimita, così che il suo socialismo prima d’essere politico risulta un impulso religioso e il suo cristianesimo appare salutarmente eretico”.[45] Perciò non si può collocare Silone in una delle “solite logore strutture” perché è “uno scrittore  che sa che la letteratura è al servizio dell’”anima” e non del “ potere” e proprio per questo è attuale”.

In un saggio del 1969, il Marabini sostiene che le due opere degli anni sessanta di Silone, Uscita di sicurezza e L’avventura d’un povero cristiano, rispecchiano il messaggio dello scrittore sia sul piano letterario che umano, essendo la prima di carattere narrativo- saggistico e politico, la seconda di chiaro intento morale. E sono queste due opere a ricevere finalmente una favorevole critica. Afferma inoltre che l’imperativo morale che permea la letteratura di Silone trascende i limiti di carattere estetico richiesti dalla narrativa contemporanea. Il suo, infatti, è un bisogno costante di testimoniare, di dire la verità “di una condizione umana, di fatti accaduti, di imperdonabili ingiustizie sempre incombenti.”[46]

Nel romanzo L’avventura d’un povero cristiano, il personaggio maggiormente rappresentativo ed emblematico è Pietro Angelerio del Morrone e il suo rifiuto, rivela sempre il Marabini, equivale “sul piano morale e pratico, alla scelta di Berardo Viola, di Pietro Spina di Luca Sabatino.” E così continua: “In una buia torre soffoca la sua utopia: ma continuerà a brillare la luce della coscienza, che non ha tollerato compromesso e che ha difeso Cristo prima della Chiesa, la rinuncia e la povertà e che ha additato nel potere il nemico più pericoloso.” E la Chiesa è proprio come un partito politico che esige dai suoi proseliti la massima dedizione.

Altro particolare importante rilevato da Silone, secondo il Marabini, è il rifiuto della carenza di senso civico e sociale che faceva sì che ognuno badasse ai fatti propri; modus vivendi d’altronde accettato dalla Chiesa stessa. Silone, come i suoi eroi, è un anticonformista, uno che non si sottomette alle regole della storia e lo dimostra non solo con la sua vita, ma come scrittore, giacché, dice il Marabini, egli “si colloca in uno spazio suo.” Infatti, contesta anche il dolore, la sofferenza morale e la povertà dei suoi concittadini che, invece, l’accettano in vista del godimento eterno. [47] Ma come è giunto Silone a questa sua scelta di vita? Vi è giunto attraverso un travagliato esame di coscienza provocato dalle sue iniziali prese di posizione etico-politiche e culminato nel rifiuto dello Stalinismo e del terrorismo ideologico.

Il Mariani delinea, infatti, sommariamente il periodo storico che, senza dubbio, ha influenzato la generazione di Silone, costretta ad affrontare la penosa realtà post-bellica, aggravata dal terremoto che distrusse gran parte della Marsica. Varia fu la reazione dei giovani a seconda dell’adesione a questo o a quel movimento che, in realtà, si riducevano a due: quello religioso e quello politico che si identificava, per i più, con il socialismo. Silone ha cercato, invece, di trovare un accordo tra le due diverse esigenze, un punto d’incontro, “una piattaforma comune fra impegno politico e vocazione religiosa” in modo da arrivare ad “un’unica visione ideale della lotta dell’uomo per il riscatto completo delle proprie miserie e sofferenze.”[48] Per questo, il motivo dominante delle sue opere diventa la verità, condizione indispensabile per giungere al riscatto della miseria e della sofferenza. Continuamente, prosegue il critico, i personaggi del nostro autore si sottopongono a verifiche morali sull’operato proprio e sugli ideali per i quali vivono; quale migliore esempio se non quello offertoci da Rocco de Donatis e Don Nicola in Una manciata di more!

I due personaggi, l’uno in campo politico, l’altro in campo religioso esprimono un conflitto interiore di natura morale.

Essi, infatti, cercano di “rispondere sempre e comunque delle proprie azioni alla propria coscienza, in nome di quella verità che non sempre viene ad essere rispettata nella attuazione pratica di certi principi e ideali e “Rocco de Donatis intende rimanere dalla parte dell’uomo, perché sa che è proprio per questa strada, con questa scelta, che ci si avvicina a Cristo.”[49]

LA Lombardi, invece, sostiene che il tema fondamentale delle opere di Silone è il paese e l’ambiente dove l’autore ha vissuto le sue prime esperienze narrate” con un’aderenza fedele alle tradizioni e alle usanze popolari di Abruzzo” e soprattutto sottolineando il cristianesimo della sua gente. [50]

Fu fondamentale per Silone l’aver partecipato attivamente alla lotta politica accanto anche ai poveri lavoratori agricoli della sua terra, perché è indubbio che questo impegno assunto davanti ai suoi compagni abbia formato lo scrittore Silone: questo è il giudizio di Mario Stefanile. Il critico fa una comparazione fra Alvaro e Silone, dicendo che fra i due” si instaura un equilibrio fra bisogno di giustizia e negazione della verità: ma, mentre in Alvaro l’idea della giustizia resta astratta come un fatale miraggio impossibile a conquistarsi, in Silone è la stessa lotta politica che condiziona la speranza.” Inoltre, mentre in Alvaro tutto era come avvolto da un alone fantastico, in Silone, la sua stessa vita gli riporta ricordi così vivi e concreti da fare necessariamente spazio ad una letteratura schietta, naturale, senza ricercatezza.[51] La disponibilità da parte di Silone ad intendere il fatto religioso nella sua immediatezza popolare, Stefanile la ritrova nelle prime tre opere dell’autore, disponibilità che culmina con L’avventura d’un povero cristiano, dove Silone fornisce un’interpretazione della vita come responsabilità ed impeto d’amore verso gli altri.[52]

Altro simbolo di cristianità è la sua speranza, motivo dominante della sua vita politica, della sua religiosità e della sua letteratura.  Si potrebbe dire che il suo slogan sia non violenza, né lassismo, ma semplice e costante contestazione contro i soprusi subiti dagli umiliati e offesi, contro le speculazioni politiche che in nome delle loro ideologie si accaparravano il potere e reprimevano la libertà e contro “i mercanti di ogni campo dell’umana attività, da quella agraria a quella intellettuale.”[53]

NEL 1974, Carlo Annoni, nell’” Invito alla lettura di Silone”; isola nell’attività dell’autore tre momenti: quello culturale in senso lato, l’attività letteraria e l’impegno di essere “socialista senza partito e cristiano senza Chiesa.” Per questo, nei suoi romanzi, va rilevato l’aspetto documentario, di apporto alla questione meridionale. [54]Passando ad esaminare i vari romanzi, l’Annoni ritiene che Il seme sotto la neve sia il romanzo più complesso di Silone. In esso lo scrittore contrappone alla società reale una convivenza umana più autentica ed auspica che essa sia edificata sul cristianesimo laico, sul socialismo cristiano, sui veri valori della vita, comunione dell’amicizia, disprezzo della ricchezza, rifiuto del potere, “stile naif.” Osserva anche a questo proposito l’Annoni: “Immediata la linea di collegamento col francescanesimo dell’Abruzzo ed ancor prima con le comunità monacali, cioè con quel Cristianesimo soprattutto etico e profetico, non storico e non dogmatico, contadino, che intride la realtà quotidiana, la fatica del lavorare la terra, gli animali, le cose del mondo creato. Questo l’intento del romanzo.” Gli stessi motivi si ritrovano, ma esplicitamente delineati nell’Avventura d’un povero cristiano.[55] Qui appare centrale il tema dell’utopia che Silone espone in questi termini: “Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. Vi è nella coscienza dell’uomo una inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace.”[56]

Ne Il seme sotto la neve, alcuni dei personaggi tentano di imitare Cristo, come i monaci di San Francesco o gli apostoli, predicando in giro l’amicizia, la speranza, l’amore. Infine, in Una manciata di more per questa tematica incontriamo alcuni oggetti e comportamenti che assumono valore simbolico. Del 1975 è la monografia di Giuliana Rigobello sulle opere siloniane in cui si conduce una disamina dei romanzi di Silone, analizzando nel contempo i temi che essi presentano. La lettura organica che delle opere di Silone conduce il critico ci permette di confutare ulteriormente alcuni luoghi comuni sullo scrittore in generale, quale ad esempio, soffermandosi sulla vita, nella prima parte dell’opera, l’influenza esercitata su di lui dall’ambiente che lo circonda inizialmente.[57]

“Il costume della contrada“ puro e severo in privato, ma rozzo e ipocrita nei pubblici rapporti…, la religiosità primitiva ed intensa, in forme superstiziose nel popolo, ma ascetiche presso gli spiriti elevati, le strutture sociali arretrate, che vedono contrapposte all’agiatezza e alla potenza dei pochi la povertà sconsolata dei più: tutto pone le basi per la sua visione della vita, determina i suoi orientamenti immediati e futuri.”[58] Lo colpisce, poi, impressionandolo notevolmente, il rovinoso e dolorosissimo terremoto del 1915 che dà libero sfogo a manifestazioni sacrileghe, inique, efferate, alle quali è costretto ad assistere. Tutto questo porta Silone a fraternizzare con i deboli, i poveri, facendo sì che si impegni socialmente e politicamente in loro difesa. Il suo ideale è inizialmente confuso, ma lentamente si delinea sempre più, focalizzandosi intorno alla sua natura morale e religiosa; processo documentato nelle sue opere, da Fontamara ad Uscita di sicurezza. Sostiene, inoltre, la Rigobello che Silone ha molti punti in comune con Vittorini, cioè la concezione della letteratura come conversazione, la distinzione del mondo in uomini e non uomini, il tono favoloso di alcune opere e l’uso dell’iterazione. E sottolinea il linguaggio “religioso” di Vino e pane: spesso, infatti, vi si trovano espressioni dei testi sacri e riferimenti al Vangelo correlativi sempre all’uomo e alla società contemporanea. Nota ancora che ne Il seme sotto la neve fa spicco una fondamentale affermazione, cioè che “il coraggio della verità e la libertà dello spirito sono l’elemento discriminante per riconoscere chi è veramente uomo e chi non lo è.”[59]

Fondamentale è l’analisi operata dalla Rigobello riguardo ai motivi che hanno ispirato tutte le opere siloniane. Essi sono di natura umana, nel senso che intendono esaltare l’uomo (come persona, coscienza, anima ) e soprattutto etico-religiosa; l’uomo deve lottare per il trionfo della giustizia e per render felici gli altri uomini. Per questo, le pagine siloniane parlano di amore, di amicizia e di sofferenza anche perché “perdersi, nel paradosso cristiano, è salvarsi e salvare gli altri” e conclude affermando che il socialismo di Silone non è altro che “un’espressione del cristianesimo, un modo di essere cristiani.”[60]

In sostanza, la critica siloniana, se si eccettuano pochi recensori(come il Cecchi) che hanno in pratica misconosciuto il ruolo letterario dello scrittore Silone, si è mossa, sia pur con ritardo, nel senso di considerare l’intreccio, umano prima che politico, riscontrabile nell’opera narrativa siloniana tra esperienza ed inventività: esperienza di vita meridionale e, particolarmente, abruzzese e invenzione fantastica di personaggi e situazioni che finivano con l’emblematizzare la condizione dell’uomo contemporaneo. Il “caso” Silone, sorto all’inizio, ha lasciato così gradatamente il posto ad una più attenta analisi dei motivi letterari dello scrittore e della sua fondamentale ispirazione.

In tale contesto, le riserve che sono state pure avanzate sul suo stile e sulla sua “scrittura” non hanno condizionato la valutazione largamente positiva sulla sua “presenza” nella letteratura italiana contemporanea.

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G.Vigorelli, Silone e L’Avventura d’un povero cristiano, in “Il tempo“ 30 aprile 1968

F.Virdia, Silone, Firenze, La Nuova Italia, 1967


[1]I. Silone, Uscita di sicurezza, Mondadori, Milano, 1980, pp.124; 130-131

[2] Ivi, pp.145 sgg.

[3] I. Silone, Vino e pane, Mondadori, Milano, 1981, cit., pp.58-59

[4] Ivi, pp.328-329

[5]G. Rigobello, Ignazio Silone, cit. p.70

[6] A. Camus, Oltre il nichilismo, Milano, Bompiani, 1959, p.120

[7] I. Silone, Vino e pane, cit. p.139

[8] V. Libera, Introduzione a Il seme sotto la neve, Mondadori, Milano, 1981, p.17

[9] I, Silone, Il seme sotto la neve, cit.p.380

[10] Bibbia, Atti degli Apostoli, II, 42-45; IV, 32-35

[11] I. Silone, Il seme sotto la neve, cit. p.271

[12] I. Silone, Il seme sotto la neve, cit. p.168

[13] I. Silone, Una manciata di more, cit.p.165

[14] I. Silone, Il seme sotto la neve, cit. p.416

[15] G. Rigobello, Ignazio Silone, cit. p.22

[16] Emilio Cecchi ha espresso, da parte sua, un giudizio negativo sulla vena realistica di Silone, secondo lui non pienamente raggiunta; ma tale giudizio può essere corretto se pensiamo agli intendimenti dell’autore, che non erano certamente quelli di raffigurare e rappresentare semplicemente realistiche situazioni, ma piuttosto di ricostruire dal di dentro della moralità stessa dei personaggi il senso della vita e le sue genuine tensioni. ( E. Cecchi, Il “ caso “ Silone, in Di giorno in giorno, Milano, Garzanti, 1954, nuova ed. 1977

[17] E. Montale, Una manciata di more in “ Corriere della sera”, 4 dicembre 1952

[18] G.Pampaloni, L’opera narrativa di Ignazio Silone in “ Il ponte “ gennaio 1949

[19] V. Libera, Introduzione a L’avventura d’un povero cristiano, Mondadori, Milano, novembre 1979, p.10

[20] I. Silone, L’avventura d’un povero cristiano, Mondadori, Milano, 1979, p.166

[21] Ivi, p.33

[22] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit. pp.39-40-41

[23] C. Annoni, Invito alla lettura di Silone, cit.p.73

[24] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit. p.65

[25] Ivi, p.72

[26] G. Vigorelli, Silone e L’avventura di un povero cristiano, in “ Tempo “, 30 aprile 1968

[27] I. Silone, L’avventura d’un povero cristiano, cit. p.177

[28] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit. p.147

[29] Ivi, pp.174; 177-178

[30] I. Silone, L’Avventura d’un povero cristiano, cit. p.47

[31] C. Varese, Ignazio Silone, in Cultura letteraria contemporanea, Pisa,1951

[32] E. Cecchi, Il “caso” Silone, in Di giorno in giorno, Milano, Garzanti,1954( nuova ed. 1977)

[33] G.Vigorelli, La scelta di Silone, in “La Fiera letteraria”, 24 ottobre 1954

[34] G.Pullini, Il romanzo italiano del dopoguerra, Padova, 1965, p.203

[35] G.Pampaloni, L’opera narrativa di Ignazio Silone, in “La Fiera letteraria”, 7 novembre 1965

[36] G. Barberi Squarotti, La narrativa italiana del dopoguerra, Bologna, 1965

[37][37] W.Mauro, Cultura e società nella narrativa meridionale, Roma,Ateneo, 1965,pp.87-90; 165-169; 240-243

[38] G.Petrocchi, Il romanzo italiano di Silone, in Poesia e tecnica narrativa, Milano, Mursia, 1965

[39] A.Bocelli, L’ansia di testimoniare, in “La Fiera letteraria”, 9 giugno 1966

[40] C.Salinari, Idee e simboli di Silone, in Preludio e fine del realismo in Italia, Napoli, Morano, 1967

[41] C.Varese, Ignazio Silone, in Occasioni e valori della letteratura contemporanea, Bologna, Cappelli,1967,pp. 151-163

[42] Ivi,p.151

[43] F.Virdia, Silone, Firenze, La Nuova Italia, 1967

[44] Ivi, p.24

[45] G.Vigorelli, Silone e L’avventura d’un povero cristiano, in “ Il Tempo”, 30 aprile 1968

[46] C.Marabini, Gli anni Sessanta: Narrativa e storia, Milano, Rizzoli, 1969, pp.259-274

[47] Ivi, p.273

[48] M.Mariani, Ignazio Silone, in AA.VV., Letteratura italiana, I contemporanei, Milano, Marzorati, 1969, vol.III, pp. 371-390

[49] Ivi,p.386

[50] O.Lombardi, La narrativa italiana nelle crisi del Novecento, Caltanissetta, Sciascia, 1971, pp. 118-122

[51] M.Stefanile, La moralità cristiana di Ignazio Silone, in 60 studi di varia letteratura, Napoli, Guida, 1972

[52] Ivi, p.28

[53] Ivi, p. 40

[54] C.Annoni, Invito alla lettura di Silone, Milano, Mursia, 1974

[55] Ivi, p. 56

[56] Ivi, p. 71

[57] G.Rigobello, Ignazio Silone, Le Monnier, Firenze, 1975

[58] Ivi, p. 4

[59] Ivi, p. 85

[60] Ivi, p. 100

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E giustizia sia

Puntata del programma “Le Iene” del 10 Marzo 2019: servizio sulla scarcerazione di un giovane, detenuto per 12 anni in carcere, finalmente libero. E lo riconosco subito.

Era stato mio alunno nella Casa Circondariale di Trapani, 10 anni prima. Frequentava il 2^ anno dell’Istituto Tecnico Commerciale “Sciascia “nella sezione dell’Alta Sicurezza. Era una classe particolare, costituita da “vecchi volponi “, uomini navigati: fra loro, Vincenzo Bommarito, un giovane, il più giovane fra loro, 22 anni appena, triste, deluso, arrabbiato con la vita, curioso, desideroso di apprendere, mai rassegnato a quel percorso che non gli apparteneva. Voleva approfittare di quella forzata permanenza per studiare, per imparare, per tenersi impegnato a non pensare, anche se, ricordo che, qualche volta, si assentava perché non aveva voglia di incontrare nessuno. A tratti si apriva ed esternava la sua rabbia, la sua amarezza: lui non era quello che dipingeva la magistratura, un omicida che aveva rapito e provocato la morte di un imprenditore, buttato a morire di freddo e di fame in una cisterna, poco distante dalla sua casa, lui era un ragazzo che voleva portare avanti con sacrificio e dedizione l’attività agricola della famiglia.

Ma la cronaca non interessa: quel che fa tristezza è che molto spesso si emettono sentenze guardando e riguardando le carte che, peraltro, non sempre indicano certezze. Io ho guardato e riguardato quegli occhi che dicevano tutt’altro ed emettevano onde radio di” innocenza”. E così il giovane Vincenzo, definitivamente condannato all’ergastolo, è stato trasferito in Sardegna: l’ho visto in corridoio che trascinava il suo grande sacco nero per affrontare l’altrettanto buco nero che chissà dove lo avrebbe portato, sicuramente lontano dalla sua famiglia che, puntualmente, ogni settimana, lo andava a trovare, quando era a Trapani, per sostenerlo, per infondergli quel coraggio di cui un ragazzo ha bisogno per affrontare la sua vita.

Per fortuna, un nuovo bravo avvocato, un donna, non demordendo, ha fatto riaprire il processo, interrompendo, dopo 12 lunghi anni, una catena di dolori e ansie.

Questo ragazzo ha dimostrato che il mondo non è fatto di eroi, ma di uomini normali, tranquilli, non particolarmente coraggiosi, ma con una grande dignità propria e che credono ancora, fermamente, nella libertà: ha dimostrato che l’uomo non deve mollare mai per le cose in cui crede, così soltanto sarà da esempio agli altri. Questa è la vera forza, silente, pervicace, interiore.

L’auspicio è che, come diceva il buon Beccaria, il reo non cessi mai di essere persona per divenire nelle mani della giustizia una cosa.

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Le parole sbagliate

Le parole sbagliate spingono, dividono, allontanano, feriscono, pugnalano, creano un solco dentro di noi, più o meno profondo, che potrà diventare sempre più profondo, senza richiudersi mai. Le parole sbagliate incitano al male, fomentano i fascismi, inneggiano alla violenza, destano, stranamente, consenso, cariche di una forza che abbrutisce, segna pieghe amare sulle labbra, corruga le fronti, inasprisce gli occhi. Le parole sbagliate possono far ridere superficialmente, ma anche far piangere i cuori dentro, alimentando odio e creando stragi.

Le parole sbagliate finiscono nelle aule dei tribunali e poi si tramutano, dopo anni di silenzio, in ” non ricordo ” e imbrattano fiumi inutili di carta che ribadiscono i ” non ricordo “. Non siamo noi a rendere la vita amara con le parole sbagliate?

Se provassimo a cambiarle? A rimediare? Ad usare quelle giuste, non di una giustizia da tribunale, rimodellate, circostanziate, ipocrite?

Le parole buone rimediano, allargano il cuore, danno speranza, stillano lacrime di gioia, si esprimono in sorrisi, in abbracci, grandi abbracci che parlano di protezione, di calore. Le parole buone fanno amare la vita, che è solo una su questa terra e deve essere vissuta costruendo un futuro e non cercando di rimuovere continuamente un passato di parole sbagliate.

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